il perfezionismo è la culla della paura

Poche cose piacciono di più al perfezionista che fermarsi a mirare e rimirare il risultato del suo lavoro eseguito a modino. Forse soltanto lo sguardo dell’altro che gli – o le – si posa addosso colmo di lodi, stima e riconoscimenti. Ma quest’ultimo è un aspetto trascurabile. O per lo meno lo diviene negli anni.

Il perfezionista, infatti, lungo il corso della vita, sviluppa una certa tendenza all’autarchia e si convince di poter fare a meno di qualsiasi rapporto di scambio con gli altri.

Perfezionista si nasce o si diventa?

Di mio credo poco all’innatismo, in genere. Non rifiuto in toto l’idea che in ciascuno di noi vi siano inclinazioni più o meno evidenti sin dalla primissima infanzia. Credo nella chiamata dell’anima, come la definisce Hillman; tuttavia non concordo con il concetto di predestinazione, o di carattere ingenito. Mi pare anzi di individuare ogni giorno – in me, nei miei clienti, nelle persone che incontro e con le quali mi relaziono – le tracce lasciate dal lavorìo dell’ambiente, dalle esperienze e dagli accadimenti.

Io, per esempio, non sono sempre stata una perfezionista. Fino al secondo anno di liceo ero una ragazzina piuttosto disordinata, disorganizzata e distratta. Incubo, spesso dichiarato, di familiari e insegnanti che «Lo spontaneismo, sì ok. Però.»

Se pigio sul tasto rewind del film della mia vita, posso rintracciare nel desiderio di accettazione, inclusione, riconoscimento e ammirazione gli scalpelli che hanno – a furia di rimbrotti, mortificazioni, punizioni e allusioni a un catastrofico futuro da ‘perdente’ – cesellato la mia personale forma di perfezionismo. Forma che mi ha caratterizzata fino a non troppo tempo fa.

Guardare il perfezionismo da un diverso punto di vista

Il perfezionismo non è semplicemente l’arte del far bene benissimo, ma la velleità del fare «il meglio che c’è», che non è come dire «il meglio possibile». C’è, infatti, una bella differenza tra il volersi migliorare e il voler essere i migliori. Voler migliorare ci focalizza sull’agire, voler essere i migliori ci cristallizza sul risultato.

Se l’impegno a far il meglio possibile rende le esperienze e le esplorazioni più ricche e interessanti di quanto non sarebbero se le vivessimo superficialmente e svogliatamente, l’ostinazione a fare meglio di chiunque, sempre, ci impone di stare a una certa distanza dal rischio di sbagliare. 

Non a caso le persone ad alto rendimento, pur apparendo sempre piuttosto sicure di sé, raramente si rivelano audaci e coraggiose: l’amore totalizzante per il trionfo e il riconoscimento le rende infatti caute e poco avvezze alla sperimentazione e all’esplorazione, due situazioni a rischio fallimento praticamente connaturato.

Chi insegna il perfezionismo educa alla paura

La paura di commettere errori, di inciampare e di cadere, crea una barriera oltre la quale un perfezionista evita di andare.

L’evitamento, tra i tanti espedienti che scoviamo per proteggerci, è quello che paradossalmente incide di più sul successo, se diamo alla parola successo la connotazione di far succedere cose, e quindi anche far procedere.

Immagina la proprietaria, o il proprietario, di un piccolo pastificio e che venga colta, o colto, dall’idea di proporre sul mercato un particolare tipo di pasta che può essere cotto in acqua fredda. Prima di mettere a punto quell’idea, la pastaia o il pastaio in questione, avrebbe bisogno di sperimentare un tot di soluzioni, magari di testare con qualcuno le prove meglio riuscite per confrontarsi, correggersi, e forse anche ricominciare daccapo. Se quella pastaia, o quel pastaio, fosse un’irrimediabile perfezionista, di fronte al 50% di possibilità di innovare il mercato della pasta e il 50% di fallire con un’idea balzana, si fermerebbe alla seconda adducendo peraltro spiegazioni intelligenti e del tutto condivisibili. Si giocherebbe, per esempio, il jolly dell’«importanza di preservare la tradizione».

Quando, in qualunque ruolo e modalità:

• promuoviamo la mediocrità,

• sottovalutiamo l’importanza della sperimentazione a favore dell’esecuzione collaudata e normata,

• non supportiamo l’errore insito nella ricerca dell’innovazione e dello sviluppo,

Non facciamo che:

• mettere il bavaglio alle idee,

• uccidere l’immaginazione

• costringerci a una risma ristretta di comportamenti

• educarci alla paura

E la paura fa più danni del fallimento. Lo dicono chiaro e tondo anche le trenta dirigenti donne, tutte ai vertici dei loro settori di riferimento, intervistate da Selena Rezvani in The Next Generation of Women Leaders: c’è più dispiacere e rimpianto per ciò che non si ha avuto l’audacia e la prontezza di fare che non per ciò che si è fatto e magari si è anche sbagliato.

Quattro modi per andare oltre il perfezionismo

1. Identifica le tue risorse → come puoi accedere alle risorse di cui hai bisogno per raggiungere il tuo obiettivo? Hai tutto quel che ti serve, o hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a superare i nuovi problemi che potresti dover affrontare e le nuove decisioni che potresti dover prendere? Sai dove cercare informazioni, idee e nozioni che possono tornarti utili?

2. Identifica ciò che può nutrire la fiducia in te → raccogli in liste i risultati che hai raggiunto ad oggi. Ripercorri la storia di quei risultati: è sempre stato facile? Quante volte hai inciampato prima del traguardo? Quanto impegno e tempo ti ci sono voluti? Di fronte a un’opportunità dalla natura rischiosa, prendi in mano le tue liste, rileggi l’elenco dei tuoi successi e le tappe che ti ci hanno fatto arrivare. Sono la storia che ti dimostra, prove alla mano, che riuscirai nonostante l’alta possibilità di sbagliare, e forse proprio grazie a quella.

3. Scegli di disobbedire → osserva le persone che ammiri e che consideri di successo. Sono personcine a modino, tranquilline, educatine…? O sono dei gran rompipalle animati dal fuoco sacro della disobbedienza? Quando esponi la tua quotidianità a un certo disordine, hai la possibilità di creare un tuo futuro diversamente ordinato.  

4. Impara a esercitare l’ottimismo → non concentrarti sul peggio che può accadere, rimani focalizzato su ciò che è possibile. Il pessimista è tale perché pone la propria attenzione su ciò che gli è già noto. Se vuoi esercitare l’ottimismo impara a usare il cervello. Il cervello è ‘programmato’ per trovare risposte: se tu gliene fornisci di preconfezionate, lui si metterà a riposo e seguirà pedestremente e pigramente le indicazioni che gli hai dato; se tu lo abitui a “stare nella domanda” lui di impegnerà a cercare nuove spiegazioni. Quando pensi di esserti infilata, o infilato, in un cul de sac, prova a uscirne con una semplice ma magica domanda: «Cosa c’è oltre a ciò che so già e oltre a ciò che vedo qui?»

Prova settimanale dell’eroe

Cosa smetterai di fare, fin da subito, per abbandonare quel perfezionismo che nutre le tue paure e limita le tue possibilità di successo? Scegli una sola azione e poi condividila nei commenti per suggellare la tua promessa. Perché insieme è meglio. 

 


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