Iago o il sabotatore interiore

Per tutti, l’Otello di Shakespeare racconta la tragedia della gelosia. E in parte è così, ma la storia del Moro è anche il racconto della tragedia della parola del dubbio.

La parola che può distruggere; che cela la verità; che illude, elude e delude.

In questo appuntamento con #ilraccoltodeiracconti, ci muoviamo dalla fiaba al teatro shakespeariano per parlare di autosabotaggi, di voci equivoche che confondono la nostra interpretazione del mondo e ci spingono a ritenere reali le fantastorie che ci raccontiamo.

La storia

Otello è un generale moro al comando delle truppe della Repubblica di Venezia che ha sposato in segreto Desdemona, figlia del senatore Brabantio. Iago è un soldato che ordisce una vendetta contro Otello verso il quale cova un risentimento profondo.

Il risentimento di Iago nasce dal fatto che Otello abbia preferito promuovere a grado di luogotenente l’amico Cassio al posto suo:

«Lui senz’arte né parte,
dev’esser fatto suo luogotenente,
e il sottoscritto, che Dio ci abbia in gloria,
resta l’alfiere di Sua Negreria»

E anche perché sospetta che il Moro abbia avuto una tresca con sua moglie

«Io odio il Moro; e si crede, di fuori,
ch’egli abbia fatto pure le mie veci
nel mio letto…»

Tre per uno

I tre protagonisti principali della vicenda – Otello, Desdemona e Iago – sembrano incarnare tre istanze di un unico soggetto umano.

Otello, è l’espressione manifesta dell’uomo (inteso come essere umano): l’io che portiamo nel mondo; la persona nel senso greco di prosopon che indica al contempo il volto dell’individuo e la maschera che l’attore indossa sul palcoscenico. La nostra narrazione condivisa.

Desdemona è la rivelazione del desiderio dell’uomo: la vocazione dell’anima che ci avvince; la chiamata erotica [del significato dell’eros ne ho parlato qui] che è incantamento della bellezza e motore d’azione creativa. L’altra (nostra) narrazione possibile. 

Iago è il nemico all’interno dell’uomo. La voce autosabotante che parla la lingua delle nostre credenze limitanti, delle nostre paure più intime e inconfessabili. La nostra narrazione (soggiacente) dominante.

Il tessitore infido

«Io non son dentro quel che sembro fuori»

Confessa Iago a Rodrigo, nobiluomo innamorato di Desdemona, quando dà inizio al suo intreccio velenoso.

La voce autosabotante che sussurra al nostro orecchio, comunica con noi attraverso parole d’incertezza: «Sei sicuro di aver quel che ti occorre per servire la tua vocazione? Hai davvero sufficiente talento per realizzare questo sogno? Te lo meriti?»

Pare quasi voglia proteggerci dalla delusione, dal fallimento, dalla derisione. Pare, appunto.

E proprio quando dovremmo semplicemente godere del felice matrimonio con il nostro desiderio dell’anima, allungare le braccia verso di esso e cingerlo, amarlo, averne cura, ecco che il nostro sogno si trasforma nel nostro peggior incubo.

Otello non ha nobili natali: è un nero in una società di bianchi, un paria che ha riscattato la propria identità grazie alle virtù militari.

Virtù che se da una parte gli sono riconosciute, poiché alla Repubblica di Venezia serve la sua maestria nell’arte della guerra, dall’altra non gli danno il diritto di prendere in sposa, alla luce del sole, la blasonata Desdemona.

Otello gioca la parte dell’uomo libero, si racconta nobile d’animo e fiero di cuore, ma intimamente continua a sentirsi schiavo. E nel suo io più profondo ha paura: teme che Desdemona possa vederlo per quel che egli sente d’essere davvero, e che prima o poi ella sia destinata a innamorarsi di un giovane aristocratico come lei.

Nella ferita aperta di questa paura, Iago, il sabotatore che dà parole al dubbio, trova la falla per entrare nel sistema e corromperlo dall’interno. 

Il presente assente

Otello non è presente al suo presente. Tutto, nella sua vita, passa attraverso un declamato o un proclamato; persino l’amore di Desdemona:

«Il padre suo m’aveva molto caro. M’invitò spesso a casa, ed ogni volta mi domandava che gli raccontassi di me, della mia vita, d’anno in anno: gli assedii, le battaglie, le fortune attraverso le quali son passato. Ed io ripercorrevo la mia storia dai giorni della prima fanciullezza fino al momento stesso ch’ero lì con lui che mi chiedeva di narrarla […] Desdemona ascoltava seria e attenta anch’ella; ma le succedeva spesso d’esser distolta da cure domestiche; e, poi che in fretta le avesse sbrigate, tornava nuovamente ad ascoltare; e divorava quasi con l’orecchio quanto andavo dicendo […] E, terminato ch’ebbi la mia storia, quasi a compenso di tante mie pene ella mi offerse un mondo di sospiri; giurò ch’era una storia molto strana, meravigliosamente miserevole, meravigliosamente commovente; ella avrebbe voluto non udirla, e tuttavia sentiva il desiderio che il cielo avesse fatto lei tal uomo. Mi ringraziò e mi disse perentoria che se mai avess’io per avventura avuto tra gli amici miei qualcuno che si fosse di lei innamorato, gli insegnassi a narrarle la mia storia, ché quello solo l’avrebbe sedotta… A questo punto io mi dichiarai: ella m’amò pei corsi miei perigli, ed io l’amai per quella sua pietà»

In questa recita di parole scorporate, che non passano cioè attraverso il corpo dell’esperienza di sé, la visione che il Moro ha del mondo è falsata: tutto diventa pregiudizio e sospetto.

E il dubbio sul nostro valore, sul nostro potenziale e sulla nostra capacità creativa, equivale alla certezza dell’assenza degli stessi.

Ci diciamo: «Se fossi intelligente, capace, valido e valoroso, lo saprei. Ne avrei la riprova. Ma siccome non ho riprove, io non merito il mio desiderio»

E se riteniamo di non meritare i desideri che esprimiamo per la nostra vita, ci sembra del tutto plausibile che essi se ne vadano a cercare un miglior compagno, o una miglior compagna, con cui realizzarsi.

Ed è a questo punto che il nostro Iago interiore interviene fornendoci la prova provata che quel desiderio su cui abbiamo tanto sospirato, in realtà non ci appartenga. Anzi, è già tra le braccia di qualcun altro.

Le prove ingannevoli del sabotatore interno

Il nostro sabotatore interno sa come farci vacillare. Conosce le nostre insicurezze e ci gioca, proprio come fa Iago quando sottolinea la propensione naturale di Desdemona al tradimento:

«Sposando voi ha ingannato suo padre; e quando più pareva che tremasse e che temesse le vostre sembianze, tanto più n’era invece innamorata»

E quando le prove intellettuali non bastano più,  arrivano quelle “concrete”.

Nel terzo atto, Iago fa in modo che il fazzoletto di Desdemona, dono fattole da Otello come pegno d’amore, finisca nelle mani di Cassio, l’uomo che gli ha usurpato il titolo di luogotenente e sul quale intesse la storia del tradimento di Desdemona. E si premura inoltre che Otello lo veda:

«Il fazzoletto! L’aveva in mano lui, quel fazzoletto!»

Il nostro Iago interiore, fingendosi amico e servitore delle nostre cause, ci ipnotizza con le sue parole ingannatrici e ci induce a guardare esattamente dove c’è quel ch’egli vuol farci vedere: la dimostrazione che la nostra chiamata dell’anima, il nostro desiderio più grande, non è affidabile.

«Lo vedi che succede a chi segue il cuore e disobbedisce ai valori che gli sono stati tramandati e al ruolo che gli è stato affidato?»

Meglio restare nel copione, suggerisce il nostro avversario interno: «Liberati di questo desiderio illusorio che non fa che spezzarti il cuore!»

Il finale tragico

La fine della pièce shakespeariana la conosciamo tutti: Otello uccide Desdemona e per l’orrore del suo mostruoso gesto, perché sopprimere i propri desideri è una mostruosità terrificante, uccide anche se stesso.

Un epilogo degno di una tragedia; sublime e meraviglioso, se solo tutto questo non accadesse anche nella realtà in cui viviamo io e te.

Quante volte, infatti, per il timore di perdere ciò che desideriamo con tutta l’anima, uccidiamo i nostri sogni e i nostri progetti sul nascere?

Quante volte lasciamo morire una parte di noi, sopprimendo un dono, un talento?

Prova settimanale dell’eroe

Questa settimana, per la sfida dell’eroe, ti faccio chiamare in causa le due istanze oppositrici:

  • Desdemona, aka il tuo desiderio o vocazione dell’anima
    – qual è la sua promessa?
    – come ti fa sentire l’idea di passare il resto della tua vita in sua compagnia?
  • Iago, aka il tuo sabotatore interiore
    – cosa ti dice per minare l’affidabilità del tuo desiderio?
    – a quali prove provate ti porta a credere?

Come risponderebbe la tua parte Otello? E come, un Otello davvero liberato dalla schiavitù del copione che gli è stato assegnato?

Lasciami un commento e raccontami del tuo Iago. E se ne hai uno, condividi il titolo di una storia che ti piacerebbe “raccogliessi” per te.

Ti auguro una splendida settimana!

 


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One Comment

  1. L'ingordigia della mancanza: tutto ciò di cui puoi nutrirti è anche ciò di cui vuoi nutrirti? - Coaching in fabula | Carlotta Givo

    […] Ne consegue che: se tutto ciò che facciamo è a malapena il minimo sindacale per poter fare parte del clan, un puro dovere, un niente di che, la persona che esibisca soddisfazione, sfoggi la propria natura, celebri i propri successi e si entusiasmi per le proprie azioni, debba avere qualcosa che a noi di certo manca. […]

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