Cosa ostacola i tuoi obiettivi?

Ho imparato a impostare i miei obiettivi a botte (da orbi!) di tentativi andati a vuoto. Ed è proprio analizzando quei tentativi falliti, e confrontandoli con i tentativi naufragati dei miei clienti, che ho notato il ripetersi di alcuni ostacoli, sei per l’esattezza. Se anche tu stai cercando di capire cos’è andato storto finora con la pianificazione dei tuoi obiettivi, questo articolo potrebbe darti alcuni indizi preziosi.

Primo ostacolo: «Non trovo lo scopo!»

Molti obiettivi falliscono a partire dall’impostazione per il semplice fatto che non siamo riusciti a trovare loro uno scopo.

Quando parlo di scopo non  intendo una ragione più o meno condivisibile o auspicata dall’ambiente circostante (dell’ambiente famiglia, in particolare, puoi leggere gli articoli della rubrica Una storia di famiglia). E nemmeno una motivazione ragionevole. Mi riferisco, invece, a un fine che ci fa vibrare, che ci motiva e ci stimola, che ci dà una ragione per alzarci la mattina e non procrastinare, non tergiversare, non dire sì a qualunque cosa purché sia, ma solo a ciò che ci porta sempre più vicini alla meta.

La parola scopo viene spesso associata a domande esistenziali, come il cercare «lo scopo dell’esistenza», e immersa in un’aura di solennità. Per questo ogni volta che cerchiamo di capire quale scopo accompagni i nostri obiettivi, cerchiamo qualcosa che abbia un che di aulico, di magnifico, forse anche un po’ divino.

Gli scopi dei tuoi obiettivi in verità funzionano meglio quando rispondono a questioni terra terra:

• «Cosa mi ci vorrebbe per sentirmi una persona autonoma e realizzata?»

• «Cosa mi farebbe svegliare ogni mattina di buon umore?»

• «Cosa devo – cambiare, migliorare, togliere, aggiungere – per sentirmi una persona di valore?»

In sintesi: lo scopo che serve il tuo obiettivo non deve essere da Nobel per la pace. Deve semplicemente portare pace dentro di te.

Secondo ostacolo: «Non ci credo!»

Spesso falliamo nei nostri obiettivi perché siamo convinti che pianificarli non serva. Che sia una cosa da fanatici della performance. Una smargiassata da guru coach che pretendono di insegnare la vita.

Forse non c’è bisogno di questo chiarimento, ma non si sa mai: la cosa più da guru che posso fare per te è farti «Gurugugù» spuntando fuori all’improvviso; oppure guru-guru sotto le ascelle per farti ridere. L’unico fanatismo che mi concedo lo riservo alla cancelleria. Non ho aperto una scuola di vitah. Né tantomeno l’ho frequentata.

La cosa davvero bella del coaching, quando ci prendiamo il piacere di scoprirlo e smettiamo di cercarne i peggiori difetti (e ne ha, ovvio che ne abbia!), è che non richiede alcuno sforzo di fede: tutto può essere provato.

Senza nulla togliere alla Legge dell’attrazione o ad altre pratiche più metafisiche (alcune delle quali fanno parte del mio stesso patrimonio culturale e intellettuale), l’aspetto meno criticabile del coaching sta proprio nel fatto che, per la maggior parte, si basa sull’azione concreta, costante e verificabile.

Un po’ come il fitness: se vuoi un sedere tondo e sodo devi fare gli squat; se ne fai abbastanza e sufficientemente a lungo, otterrai chiappe di marmo; se ti limiti a scaricare un’app di esercizi e poi la abbandoni sul desktop del tuo tablet o del tuo smartphone, un fondoschiena da primato te lo puoi permettere solo su Instagram e grazie Photoshop.

In conclusione: quel che ti consiglio di fare da questo momento in poi, non è credere a quel che ti possiamo suggerire i miei colleghi o io; bensì di mettere in pratica quel che ti suggeriamo.

Detto in modo meno diplomatico possibile: muovi quel culo e fa’ gli esercizi con costanza e serietà! 

Terzo ostacolo: «Non ho tempo!»

Me lo spieghi com’è che il tempo per pianificare gli obiettivi lo trovano persone come Tim Ferris, Elon Musk, Amancio Ortega, Jeff Bezos, Tim Cook, Larry Page… e tu no?

Se stai per dirmi che hanno meno cose a cui pensare di te perché c’è chi pensa al posto loro, fai che chiudere questa email: puoi chiaramente continuare a raccontarti favole, ma in quel caso io non posso aiutarti a scrivere una storia vera tutta per te.

Hai presente quella cosa che si dice della genitorialità: «Figli piccoli, problemi piccoli, figli grandi problemi grandi»? Ecco, per gli obiettivi, i progetti e le aziende vale più o meno lo stesso. Quindi, se i grandi con grandi progetti trovano, nonostante la marea di grandi mazzi quotidiani che devono affrontare, il tempo per pianificare gli obiettivi, sono piuttosto certa che un buchino lo puoi rimediare anche tu.

E ora voglio dirti due cosette sul tempo che potrebbero rivelarsi utili: il tempo non lo hai, il tempo, al massimo, lo usi; lo riempi di azioni e pensieri più o meno utili, più o meno interessanti, più o meno efficaci.

Se lo riempi di «poi, domani, quando, se…», sarà un tempo cristallizzato in un’attesa inattiva, svuotata di significato.

Se lo riempi di «devo, bisogna, è necessario che…», sarà un tempo dedicato, forse troppo generosamente, alla causa e agli obiettivi di qualcun altro.

In entrambi i casi, mi sembra una vita frustrante. E a te che sembra?

La prossima volta che ti dirai «Non ho tempo», sii consapevole che stai dando una forma più accettabile ed edulcorata a: «Non ci ho cazzi, meglio Netflix!».

Lo sai tu.
Ma lo so anche io.

Quarto ostacolo: «Non so da che parte cominciare, meglio Netflix!»

Questo è stato molto mio anche quando non c’era Netflix. Ad anestetizzarmi ci pensavano Sky e la pirateria. Il quarto ostacolo è quello che ha eroso più egli altri la mia autostima, al punto da dissanguare il mio senso di fiducia e auto-efficacia. 

Ancora oggi è sconvolgente per me constatare che nonostante non mi credessi del tutto capace e adeguata a formulare obiettivi sensati da sola – e di conseguenza a pianificare strategie e tattiche – ho evitato, a lungo e come la peste, di chiedere aiuto.

«Certo, sei una presuntuosa! Lo hai detto tu stessa…», chioserai tu che hai letto con attenzione massima fin qui. Ti rispondo che sì, probabilmente è per quello. Ma aggiungo anche che il presuntuoso non è tale solo e sempre perché si crede chissà chi. Molte volte ciò che presume è di non meritare granché. Men che meno che qualcuno perda tempo ad aiutarlo.

Se non sai da che parte cominciare, guardati intorno e chiedi aiuto (non vorrei passare ora dalla parte dei presuntuosi che si sovrastimano,  ma se è una mano che ti serve, sei nel posto giusto: te ne posso mettere a disposizione almeno due!). Se anche in passato hai agito pensando di essere una causa persa, oggi è oggi, e puoi fare un passo avanti per ottenere obiettivi sodi e tondi come i glutei di J-Lo negli anni ’90.

Quinto ostacolo: «Non voglio fallire!»

In alcuni casi falliamo gli obiettivi perché ce ne diamo di mediocri, di cui ci importa meno di poco e per i quali non troveremmo lo scopo nemmeno con una sfera di cristallo. Lo facciamo perché abbiamo una paura fottuta di fallire (di paura ho parlato abbondantemente qui).

La paura, lo dico spesso, è un abuso di immaginazione.

Le paure sono false prove che ci vengono presentate dalla nostra mente inconscia come vere. E perché questa nostra mente inconscia ci farebbe questo scherzetto? Per difendere la sua causa ovviamente. Non è possibile qui andare a indagare le sterminate possibili cause di cui l’inconscio si proclama difensore, tanto più che ogni persona ha i suoi meccanismi inconsci e per quanto ce ne siano di simili, di collettivi, di abituali e diffusi, non è la materia di questo percorso, né la mia per altro. Ti chiedo però di immaginare la tua mente inconscia come un avvocato molto bravo, agguerrito e senza scrupoli, capace di manomettere le prove pur di vincere. Così bravo da riuscire a fornirci spiegazioni apparentemente logiche anche dove la logica non è nemmeno passata a salutare.

Prendi la paura del buio. Una volta una mia amica tentava di dare una giustificazione razionale alla sua paura del buio sostenendo che a causa della vista ridotta il buio non ti permette di prendere il controllo in una ipotetica situazione di pericolo. Eh no, ma infatti sai il controllo della situazione di fronte a un aggressore che in pieno giorno ti punta un coltello alla gola?

Per il cervello ogni domanda è come una sorta di equazione da risolvere con il minor dispendio di energia possibile. Quando evitiamo di pianificare la nostra possibilità di successo per rifuggire la probabilità del fallimento, il nostro cervello primitivo e il nostro cervello limbico hanno la meglio sulla neocorteccia. Per come la vedono loro, qualsiasi obiettivo nuovo e ambizioso è un’operazione ad alto rischio di risultato: nuovo e ambizioso obiettivo sta a me = perdita delle sicurezze primarie sta a delusione emotiva cocente.

Ecco perché i due sodali spauriti ti propongono di lasciar perdere: se stai fuori dai giochi, non c’è alcuna possibilità di sconfitta. Nemmeno di successo, però. Perché a stare sempre fuori non succede niente di niente.

Sesto ostacolo: «Lo faccio subito!»

Sono una grande fan dell’agire tempestivo. Tuttavia non posso fare a meno di constatare che esistono azioni tempestive intelligenti, e azioni tempestive diversamente intelligenti.

Apriamo il sipario su due scenari. Primo scenario. Agosto. Sei in ferie. Sdraiata o sdraiato sul tuo lettino ai Bagni Sirenetta, ripensi ai mesi appena trascorsi e il bilancio non ti soddisfa. Quante cose rimandate. Cancellate. Dimenticate. Abbandonate. E no, così non ti va più bene. Meriti di essere fiera, o fiero, di te. Felice. Bisogna che tu faccia qualcosa, subito! Anzi, qualche idea da mettere in pratica appena rientrata, o rientrato dalle ferie già ce l’hai, quindi basta procrastinare: carta e penna e giù col listone di obiettivi (cioè, tu li chiami così, io no e tra poco capirai perché).

Poi. Siccome ti hanno detto, o magari lo hai letto sull’ultimo numero di Belli belli in modo assurdo, che bisogna condividere con il mondo i propri obiettivi e i propri sogni perché questo li rende più veri e rende te meno incline ad abbandonarli, se non altro per non fare figure meschine, scatti una foto al listone, lo posti su Instagram che lo condivide su Facebook che sul lastrico Linkedin lasciò, corredato di: «#newborn, #proudofme, #timetobe». E infine lo mandi anche alla mamma via Whatsapp, la quale… sta scrivendo… sta scrivendo… sta scrivendo…  dopo venti minuti finalmente ti risponde: «Brsvo anoet moi!»

Ed ecco quel che succederà nell’arco di 24h, o anche meno: il post lo vedranno diciamo 100 amici (è estate anche per loro, che cavolo!); di questi una cinquantina metterà, a scelta, un cuore pulsante o un pollicione (che altre reaction per post del genere sono vietate dalla netiquette); una ventina commenterà, chi con una tazza di caffè in mano,  chi dalla tazza del bagno, con varie forme di cheerleading; qualcuno ti ringrazierà per aver condiviso e avergli dato una motivazione a fare lo stesso; finché…

Aloha, ciò che chiami obiettivi!

Secondo scenario. Dicembre. Nell’atmosfera particolare che solo il Natale con le sue allucinazioni post prandiali e l’etilismo istituzionalizzato può dare, senti che è arrivato il momento di chiudere l’anno che sta volgendo al termine e darti nuovi stimolanti obiettivi per l’anno che sta arrivando. Prima di cominciare passi in rassegna i buoni propositi dell’anno precedente, a memoria perché non sai davvero dove diavolo sia finita la moleskina su cui li hai scritti: celo, manca, non pervenuto, meh, mah, boh, buuuuu… Finita la conta, con la risolutezza da terzo bicchiere di spumante e l’entusiasmo a palla da overdose di zuccheri raffinati, decidi di mettere in lista tutte le cose che non hai realizzato l’anno precedente – alle quali tieni tantissimo – più una serie fresca di concepimento. Un’ideona. No, davvero, pensaci: ti ci è voluto un anno per non fare i tre quarti delle cose che avevi nella lista precedente, e a quella dopo stai pensando bene di aggiungerne altre, così… Perché te lo senti che quest’anno nuovo sarà diverso.

E infatti,  il 7 gennaio, di buon mattino ti metterai alla tua scrivania, aprirai la tua moleskina sulla pagina degli obiettivi e…

Due volte l’anno, circa, uomini e donne di tutto il globo sentono l’urgenza di occuparsi del proprio destino. Così mettono nero su bianco una lista di cose non meglio identificate che chiamano obiettivi, e a volte, noi donne soprattutto, con un certo rossore timido in volto, sogni. Io non saprei bene come chiamarle quelle robe lì di cui vanto una poderosa collezione. Forse vomitini. Sensi di colpa griffati. Ma obiettivi no.

Perché gli obiettivi sono desideri guidati da un scopo con un progetto intorno. E se manca una sola di queste parti – desiderio, scopo, progetto – manca proprio l’obiettivo.

Prova settimanale dell’eroe

Questa settimana ti lancio una sfida vera. Una di quelle che se l’accetti ti tocca darti da fare sul serio, con costanza. Ti regalo un intero percorso per imparare a pianificare obiettivi degni di questo nome, forti quanto serve per superare questi sei ostacoli e probabilmente qualcuno in più di meno comune e più tuo.

 


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