Il talento un esame autoptico

Che cosa ci racconterebbe un talento morto se lo sottoponessimo a un attento esame autoptico?

La causa della morte ci svelerebbe i retroscena della sua vita?

Ci direbbe cosa gli è mancato per mantenersi in buona salute e cosa gli abbia inferto il colpo finale?

Ancora: sezionando un talento con l’acribia di un anatomopatologo, scopriremmo mai che cosa sia e non sia un vero talento?

Ma soprattutto: dobbiamo per forza farlo morire questo talento prima di vedere con i nostri stessi occhi (questo significa in fondo autopsia) come si formi, interagisca con il circostante e agisca la sua influenza nella nostra vita?

La biologia del talento

Per il momento possiamo posare il bisturi, tornare nel mondo dei talenti vivi e in salute, affidarci a strumenti meno taglienti e più tecnologici e andare a scoprire la biologia del talento.

Hai mai sentito parlare della mielina?

Il suono dolce del suo nome d’ora in poi ti risulterà particolarmente caro perché tutto il talento che hai espresso fin oggi, per quanta confusione possa crearti il non saper bene cosa chiamare con questo nome (ma ci arriveremo, tu continua a leggere), lo hai potuto esprimere proprio grazie alla mielina.

La mielina, o membrana mielinica, è una sorta di guina, di involucro sigilla talento.

Ogni volta che ci ripetiamo in un gesto per correggerlo fino al punto di perfezione (o quello che decidiamo essere tale), la membrana mielinica che avvolge il neurone che informa quella specifica azione si ispessisce sigillando così l’abilità.

Presta attenzione: ogni volta che ci ripetiamo in un gesto; ogni volta che ci correggiamo. Interessante no?

Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

È una nota citazione attribuita a Samuel Beckett. Non so dirti quanto sia esatta come attribuzione, l’ultima volta che ho letto Beckett avevo vent’anni e all’epoca usavo modi meno sofisticati ed efficaci di quelli che uso oggi per memorizzare le cose che mi interessano.

In ogni caso, chiunque l’abbia detto, ha detto bene.

Ti propongo un gioco che ho trovato in The Talent Code di Daniel Coyle, ti va?

Concentrati sulla tabella sottostante, leggi e ripeti una volta ogni coppia di parole che trovi nella colonna A. Poi chiudi la schermata, prendi carta e penna, e scrivi tutte le coppie che ricordi.

Fai lo stesso con le coppie di parole della colonna B.

A B
  sabbia / mare   dol_e / salato
  olio / aceto mese / a_no
giorno / notte    al_o / basso
  carta / penna   suono / sve_lia
  livido / dolore   cald_o / freddo
  bicicletta / pista ciclabile   luce / _uio
  bianco / nero   less_co / grammatica
  pane / vino frutta / ver_ura

Forse con uno scarto di una sola coppia o due, ma nel 99% dei casi sul tuo foglio troverai molte più parole della colonna B che non della colonna A.

Com’è possibile che della colonna A, dov’era tutto più semplice, liscio, apparecchiato, tu abbia memorizzato meno coppie di parole?

La risposta è: lo sforzo. Se nella prima colonna non hai incontrato alcun inciampo e la lettura è proseguita in modo fluido, nella seconda hai dovuto per forza di cose fermarti a colmare i vuoti, trovare la lettera mancante e ricostruire la parola per poter infine memorizzare la coppia.

Il talento è una forzatura

Le prestazioni senza sforzo sono più desiderabili, ma sono pessime alleate del talento.

Il talento infatti opera ai confini della cosiddetta predisposizione naturale, e anche ai confini delle capacità e abilità già acquisite.

Se dovessimo trovare l’origine del talento, dovremmo quindi cercarlo nel divario tra ciò che sappiamo e ciò che proviamo a fare: è quello infatti il punto di decollo del nostro talento.

Sono le esperienze di soglia tra ciò che sappiamo e ciò che proviamo a fare che ci costringono a rallentare, a fare errori e a correggerci.

Sbagliare e correggere. Sbagliare ancora, correggere di nuovo, memorizzare l’abilità acquisita. Migliorare di correzione in correzione, di forzatura in forzatura del confine.

Il talento è azione sacra

Nella terza partita della sua seconda stagione con i Bulls, l’allora esordiente Michael Jordan salta per un pallonetto e atterrando mette male la pianta del piede: frattura netta di uno dei punti più impestati del piede. Stagione chiusa e carriera a rischio.

All’improvviso, dopo anni senza aver mai saltato una partita, dal liceo all’MBA, Jordan si ritrova in panchina con la paura di non poter mai più mettere piede in campo. Dopo aver convinto i Bulls a lasciarlo tornare al college, di nascosto dalla squadra e dalla società, Jordan comincia il recupero da solo: palestra, piscina, poi brevi scontri uno a uno, due a due, tre a tre, cinque a cinque.

Finché, a fine campionato, fuori da ogni pronostico possibile, Michael Jordan rientra portando una squadra ormai fuori dai giochi fino ai Playoffs.

Nel documentario The last dance, in cui trovi anche la storia che ti ho appena raccontato, ciò che emerge di Michael Jordan non è la predisposizione naturale, o il dono divino di cui è stato arbitrariamente investito, bensì la tenacia, la caparbietà, l’impegno, la disposizione a non mollare e a forzare sempre un po’ di più i propri limiti e quelli della squadra.

Jordan non è il genio e sregolatezza predestinato che tutti associamo, in modo un po’ naïf, alla parola talento, è l’opposto: è lavoro, cura e dedizione; è passione ardente; è sacrificio.

Sacrificio che lontano dall’essere immolazione e martirio, per quando spesso usato a sinonimo di quest’ultimi, è prima di tutto un onorare e un celebrare ciò di cui ci importa.

Il mistero del talento

Ok, va bene: il talento è pratica deliberata, sforzo, dedizione, cura, passione e sacrificio.

Fin qui, riusciamo quasi ad afferrarlo in tutta la sua potenza, vero? Sì, però ancora non si spiega cosa ci spinga verso quel talento e non verso quell’altro.

In base a che mi alleno, mi porto al limite, mi sacrifico proprio in quella disciplina, materia, abilità?

Non so se ti piacerà il responso, io stessa avrei preferito trovarne uno più mitico, epico o anche soltanto più poetico e invece la risposta più onesta, al netto di quel che sappiamo fino ad oggi s’intende, è: il caso.

Come spiega magistralmente il sociopsicologo John Bargh in A tua insaputa, gran parte delle nostre azioni sono guidate dalla mente inconscia e dal nostro cervello più antico.

Gran parte delle scelte che facciamo sono reattive: reagiscono cioè agli stimoli che riceviamo da ogni parte della nostra vita e che in qualche modo ci colpiscono (un incontro, un incidente, un film, una chiacchierata, un libro…).

Il più delle volte a colpirci è qualcosa che va a stimolare il nostro istinto primordiale all’appartenenza che è anche un istinto all’identità: vogliamo fare parte di qualcosa, avere un’identità in cui riconoscerci e essere riconosciuti.

Detto in un modo che mi scatena di più l’ormone: vogliamo una storia (e un futuro) e non una storia (e un futuro) qualsiasi, ma proprio quello lì. Perché lo abbiamo intravisto, sfiorato e annusato e per ragioni poco razionali e razionalizzabili, ci ha sedotti.

A questo si aggiunge un altro trigger motivazionale incorporato dagli albori dell’umanità: il cervello è costantemente a caccia di missioni.

Vuole sapere, millesimo di secondo per millesimo di secondo, cosa deve fare, dove deve indirizzare l’energia; e incalza: «Ora che faccio? E adesso? E adesso? E adesso?». Senza soluzione di continuità.

Ad autopsia conclusa

In questo post su Instagram ho messo nero su bianco le quattro domande che ci tormentano un po’ tutti quando parliamo di talento:

• cos’è il talento?

• da dove viene?

• come lo si riconosce?

•  come faccio a sapere qual è il mio talento?

Ad autopsia conclusa, possiamo dire che:

• il talento è un’abilità portata al massimo del suo potenziale

• nasce dalla nostra capacità di immaginare un futuro desiderato

• lo riconosci quando ti sposti un passo oltre il confine dei tuoi limiti

• sai che è un tuo talento se sei disposta, o disposto, a fare tutto quello che puoi per correggerti e migliorare, pure se le condizioni di partenza non sono facili, pure se il contesto non è il migliore possibile per proseguire 

 

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