Freud lo ha paragonato a un iceberg, tu lo conosci come subconscio

Il primo studioso a usare la metafora dell’iceberg per descrivere le due parti della mente, conscia e non conscia, è stato Herr Doktor Professor Freud il quale sosteneva che, proprio come un iceberg, la nostra mente è costituita da una parte più piccola ed emersa – conscia – e da una parte più grande sommersa, e dunque celata – sub-conscia.

In quanto più grande, la parte nascosta della nostra mente ha un notevole potere su di noi, sul nostro processo di assimilazione delle informazioni e sugli sviluppi decisionali.

In quanto celata, costituisce un mistero spaventevole dal quale abbiamo la tendenza di schermirci.

Non è tutto oscuro ciò che non si vede

Diciamocelo, questa faccenda del subconscio sommerso non ci fa stare granché rilassati. È come vivere insieme a qualcuno che ci somiglia abbastanza da non essere percepito come un totale estraneo, ma che allo stesso tempo è un “io” più imprevedibile e più reattivo.  Una specie di versione meno sofisticata e più primitiva che può metterci ora in imbarazzo, ora in difficoltà, ora in crisi. Un’alterità.

Ciò che facciamo nella maggior parte delle situazioni in cui è chiamato in causa, è rivolgerci al nostro subconscio come a un estraneo, a una parte che sta altrove e al di fuori di quell’ambiente che riconosciamo più facilmente nella formula “io”.  Il che equivale a sentirsi come assediati da un potenziale nemico di cui quasi mai conosciamo o comprendiamo le intenzioni. Sono piuttosto convinta che basterebbe questo a spiegare buona parte dell’origine della xenofobia: una proiezione del terrore che ci mette addosso la nostra stessa alterità. E poiché siamo capaci di far naufragio di noi scontrandoci con la nostra stessa mente, chissà che può succedere a scontrarsi con l’altro.

Però, se torniamo alla metafora dell’iceberg e proviamo a visualizzare come questo prodigio della natura si forma nel tempo, probabilmente ci passerebbe sotto gli occhi una serie di immagini: correnti, spaccature, frane; ma anche incontri, incastri, fusioni, sedimentazioni.

Vista così, la nostra mente risulterebbe quindi una sommatoria di eventi biologici e sociali. Un deposito di esperienze chimiche, fisiche e psicologiche che hanno formato quella grande massa che è l’Io, questa volta in maiuscolo perché nel suo essere conscio e inconscio insieme merita un capolettera importante.

Antagonista o contragonista?

Hai presente quei film, ma anche quei libri, in cui l’eroina o l’eroe sono alle prese con un nuovo ambiente nel quale nessuno, nemmeno la persona che si è trovata nella medesima situazione poco prima della protagonista o del protagonista, sembra volerle o volergli prestare il minimo aiuto e soccorso?

Quando iniziamo a immergerci nelle profondità della nostra personalità e del nostro potenziale, il nostro subconscio si comporta come uno scettico fastidioso e per un po’ si diverte a vestire i panni del contragonista.

Il contragonista non è un vero e proprio antagonista perché non persegue gli stessi obiettivi della, o del, protagonista. Il suo insuccesso non implica l’insuccesso dell’altro, e viceversa.

Il contragonista spesso non ha un suo vero e proprio obiettivo: è più imbibito di ideali, di pensieri, di regole che lo rendono inamovibile e su posizioni di contrasto rispetto al protagonista.

Facciamo un esempio. Nel diavolo veste Prada, la contragonista di Andy Sachs è Emily. Emily non rischia nulla con l’arrivo di Andrea che è solo la seconda, necessaria, assistente dell’inaccessibile e incontentabile Miranda Priestly. Tuttavia Emily non ha, quanto meno all’inizio della storia, alcuna motivazione per aiutare Andrea, e finisce quindi con l’incarnare il ruolo di “doppio ostile, ma non belligerante”.

Da contragonista ad alleato

Trasformare un contragonista in alleato si può. Si tratta di mettere in atto alcuni stratagemmi molto semplici. Così semplici che non si pensa mai possano funzionare per davvero.

Un alleato, fa dire Castaneda a don Juan negli Insegnamenti, «è un potere capace di portare un uomo oltre i confini del sé».

Abbiamo visto insieme, all’inizio di questo post, che il nostro contragonistico subconscio è incredibilmente potente; quel che ancora non sai è che è anche super suggestionabile. Il che significa che con i giusti suggerimenti puoi davvero tramutarlo nel tuo più fedele e utile alleato.

Ho già avuto modo di condividere con te la mia visione sul funzionamento degli autoinganni e cosa penso del super potere esercitato dalle parole che scegliamo e che utilizziamo. In entrambi i casi siamo di fronte a una forma di suggestione, una specie di auto-ipnosi.

Quando parliamo si ipnosi e suggestione, non ci occupiamo di chissà quale magia occulta, ma di psicotecnica: un complesso di strumenti e attività che ci aiutano a gestire la psiche.

Il termine suggestione (così come il termine suggerire) ha radice dal latino sub gerere: mettere sotto. Non però nel senso della sottomissione prevaricante, ma del sottoporre all’attenzione.

La forza del comando ipnotico sta proprio nel metterci sotto il naso informazioni e stimoli. 

Tre comandi ipnotici infallibili

Come accade alle sapienti guide di montagna, agli speleologi, ai biologi, tanto più osserviamo e studiamo l’ambiente in cui ci muoviamo (o in cui vogliamo arrivare a muoverci sempre meglio), tanto più ne apprendiamo le caratteristiche peculiari.

Esplorando la nostra mente iceberg impariamo a riconoscerne le punte più taglienti, gli incavi, le rotondità, le crepe.

L’ambiente «Io», man mano che ne approfondiamo la conoscenza, ci invia alcuni suggerimenti: cosa lo atterrisce, cosa lo motiva; cosa lo blocca e cosa lo stimola a provare… 

Quei suggerimenti sono pronti per diventare, con dolcezza e nel rispetto dell’ecologia del nostro ambiente psicofisico, nuove suggestioni attraverso le quali possiamo trasformare il nostro contragonista in alleato.

Ci sono tre comandi ipnotici, o suggestioni se preferisci, che funzionano bene per tutti:

♥ «Perdona»

♥ «Immagina»

♥ «Affronta il drago»

Perdona, e fai ciò che vuoi

Sul potere curativo e rigenerativo del perdono si parla e scrive molto (se vuoi approfondire mi sento di consigliarti un libro che mi è piaciuto moltissimo: La capacità di perdonare. Implicanze psicologiche e spirituali, di A. Giulianini).

Quel che la neuroscienza ha da dire in proposito è che il processo del perdono è un allenamento neuronale che aiuta a sviluppare capacità come, tanto per citare i più salienti: l’empatia, la gestione positiva dei conflitti, il problem solving.

Da circa due mesi sto sperimentando con successo un esercizio di perdono che ho preso su Ventuno giorni per rinascere (Berrino, Lumera, Mariani) e che consiste nell’usare la respirazione come mezzo per liberarsi dal rancore e dalle recriminazioni. L’ho scansita per te e la trovi qui.

Immagina: da soggetto a progetto

Ciò che facciamo attraverso l’immaginazione è creare una storia. Quando nella nostra mente apriamo la porta a una storia, i nostri sceneggiatori interiori fanno di tutto per aiutarci a realizzarla, a portarla quindi da soggetto a progetto.

È chiaro che se immagini sempre e soltanto storie di terrificanti fallimenti, perdite e sofferenza… «Che te lo dico a fare?!»

Quando ti invito a immaginare, ti sto proponendo di farti un film mentale – con tanto di location, scene e dialoghi – che racconti la tua storia così come vorresti realizzarla, e di guardarlo, e guardarlo, e guardarlo, e riguardarlo ancora. Un po’ come quando a cinque anni hai obbligato tutta la famiglia a rivedersi mille e una volta il tuo cartone animato preferito.

Dove si sdraiano i draghi, si nascondono tesori

Affrontare il drago significa non fuggire dalle paure, per quanto esse possano sembrare spaventose.

Una decina di anni fa ho sofferto di attacchi di panico. L’attacco di panico è probabilmente una delle esperienze più fuorvianti che io abbia mai provato. Da una parte, infatti, si palesa come un imminente pericolo di morte e si è pervasi dal terrore che, da lì a poco, tutto si fermi e cessi di esistere. Tuttavia, quando si è nel bel mezzo di un attacco di panico, si sprigiona, internamente e parallelamente, un furore di vita: col fischio che vuoi mollare! D’altro canto, però, l’attacco ti paralizza e ti pare che da quella sua morsa stretta non ci sia modo di liberarsi.

L’attacco di panico, uno dei draghi peggiori che mi sia mai capitato di affrontare, portava con sé un bel po’ di informazioni su come mi sentissi nella mia vita, con le mie scelte e soprattutto con le mie non-scelte, ma per poterle ascoltarle ho dovuto dar retta alla voce che usciva da ciascuna delle nove teste della mia Idra.

Durante il clou dei miei attacchi, del tutto spontaneamente come se il mio iceberg avesse già gli strumenti che gli servivano, ho incominciato a usare una suggestione e a dirmi:

«Ok, d’accordo Carlotta, stai per morire. È stato bello finché è durato, ma adesso è arrivato il tuo momento. Puoi star qui e strapparti i capelli; insultare gli infermieri e i medici di turno al Pronto Soccorso che non ci credono che tu stia per tirare le cuoia; puoi urlare, incazzarti, piangere; puoi anche lasciarti cadere rovinosamente a terra in una pietosissima scena madre che, cara Anna Magnani, scansate! Puoi fare il cavolo che ti pare, ma tu, Carlotta mia, stai per dire addio al mondo. Game over. End of Story. Salutami a sorret’»

Quel semplice comando ipnotico, del tutto contro intuitivo rispetto alla situazione che istintivamente mi portava a una più classica Flight or Fight Response, aveva come risultato il mettermi di fronte alla più orrenda delle possibilità (nonché la più stra-remota, lo sapevo allora come oggi, o meglio, lo sapeva la mia neocorteccia, Leonida e Brooke erano già in pieno drama).

E mentre ero lì a guardare dritta in faccia la morte, la più terrificante delle teste del mio drago ennacefalo, mi chiedevo: come può andare peggio di così? Mi sta già respirando via la vita: cos’altro potrei mai perdere di più prezioso?

Mettersi di fronte: fronteggiare; perché se sappiamo bene che scappare non serve a nulla, non sappiamo ancora quanto possa servirci restare. E diamine, se serve!

Ho scoperto, qualche anno dopo aver addomesticato quel mio drago, che esasperare volontariamente una paura, andare a fondo del fondo del nostro incubo più nero, è una tecnica di coaching strategico che ci toglie, con una rapidità inaspettata, dall’infelice posizione di succubo. Ed è una tecnica che ti consiglio fortemente di sperimentare. Se lo farai, torna a dirmi se ha funzionato anche per te.

Questo articolo è capitato a fagiolo in questo momento della vita? Oppure hai delle tecniche scovate per caso che vuoi raccontarmi e condividere? Lasciami un commento e raccontami di te!

 


Ti serve un alleato in carne e ossa per fronteggiare i tuoi draghi?

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