Jesper Juul e il bambino competenteBastava uno sguardo, uno di quelli obliqui a occhi affilati come lame di coltello, e io, ignara del perché, sapevo però benissimo che qualunque cosa stessi facendo o dicendo, o stessi per fare o dire, dovevo smettere all’istante.

Faccio parte di una generazione di figli e figlie educati così. Chi è stato infante e/o adolescente  tra il 1970 e il 1990 sa che intendo quel tipo di educazione che ha visto innumerevoli genitori impegnarsi  a insegnare ai propri figli più che il rispetto per sé stessi e per gli altri, l’obbedienza al potere e all’autorità.

Il tema dell’educazione, e per estensione quello delle competenze, negli ultimi giorni è tornato più volte a bussare alle porte dei miei pensieri.

Tutto è partito da un incontro online

Qualche giorno fa ero impegnata in una call di gruppo e una delle partecipanti, chiamiamola Margherita, inizia a raccontare di aver avuto un guasto in casa.

Uno di quei guasti tanto seri da richiedere l’intervento di più specialisti tra cui un paio di muratori, i quali, racconta Margherita, il giorno dell’appuntamento si presentano da lei senza né mascherine né guanti.

Margherita, da poco uscita da un ciclo di cure oncologiche, fa allora un appunto severo ai due:

«Eravamo lì, tre ebeti sull’uscio di casa. Io che chiedevo che indossassero i dispositivi di sicurezza, loro che continuavano a guardarsi intorno e a ripetere “Signora, stia tranquilla, tanto non c’è nessuno!”»

Non c’è nessuno. Ovvero non c’è nessuno che ci controlli. Non c’è nessuno che possa punirci per questa ‘marachella’. Non ci sono né il babbo né la mamma a dirci cosa possiamo o non possiamo fare, e allora noi facciamo come capita, come porta occasione, come ci risulta meno noioso, pesante, faticoso.

Fanno così i bambini diventati adulti a cui, più che il rispetto per se stessi e per l’altro, è stata insegnata l’obbedienza al potere e all’autorità: non pensano criticamente, non si fanno domande, si adeguano e delegano insieme alla responsabilità personale, la trama della propria storia.

E se le cose alla fine vanno male, tuttalpiù si lamentano, magari sui social.

«Fa’ che io non debba mai venirlo a sapere!»

È una frase che ho sentito mille volte durante la mia adolescenza. Ed è una frase tremenda per almeno due ragioni.

La prima: è intimidatoria, il che significa che ha come scopo dichiarato la produzione di una reazione di paura e sottomissione.

La seconda: è diseducativa, perché non tira fuori alcunché di buono da nessuno, anzi instilla l’informazione corrotta che il trucco per non incappare in punizioni e ritorsioni non sta nel fare del proprio meglio, ma nell’eseguire un ordine così come è stato dato o, in caso di disobbedienza, nel fare in modo di non essere beccati.

Con messaggi di questo tipo è difficile imparare ad agire spinti dal valore del rispetto per sé e per gli altri e dalla responsabilità personale e collettiva. 

È decisamente più probabile che:

  1. s’impari a escogitare e a mettere in atto strategie più o meno furbe per scongiurare i rischi di un eventuale smascheramento
  2. ci si abitui a delegare ogni responsabilità obbedendo per timore delle ritorsioni.

«Avrebbe anche potuto andare peggio!»

Davvero? No, ti prego, continua. Raccontami come…

Ogni volta che qualcuno mette in discussione metodi, idee, convinzioni e abitudini particolarmente radicate, c’è sempre qualcun altro che controbatte che c’è di peggio, che in fondo c’è chi nasce o si ritrova a vivere in posti, epoche o famiglie peggiori.

E io proprio non ho ancora capito come questo tipo di risposta possa vagamente rasserenare o convincere le persone a interrompere la propria ricerca e il lavoro di miglioramento che stanno facendo su di sé e che stanno portando nel mondo.

Accontentarsi di quel che c’è perché potrebbe andare peggio è un altro sintomo che qualcosa, nel libero arbitrio, nell’espressione di sé e della propria autonomia anche solo intellettuale, è stata inibita.

Pensaci: c’è qualcosa di peggio che addestrare le generazioni future all’insicurezza, all’inadeguatezza e alla soggezione?

C’è qualcosa di peggio che crescere i figli insegnando loro a credere in noi qualunque sia la tesi che sosteniamo; a obbedirci qualunque sia la richiesta che avanziamo; a combattere al nostro fianco qualunque sia la nostra guerra (come recitava un noto slogan fascista)?

Perché non è solo e sempre una questione di toni e modi. La coercizione è coercizione anche quando è servita su un vassoio d’argento. La sottomissione rimane sottomissione anche quando si traveste da eccesso di guida e protezione. Il paternalismo è tale anche quando le concessioni sono estremamente generose.

La pensava così anche lo psicologo danese Jesper Juul. Tra i primi a individuare una corrispondenza tra i metodi di governo dei regimi totalitari e i metodi di ‘governo’ ed educazione di certune famiglie, e nel saggio  Il bambino è competente scriveva:

«Per secoli, nel contesto sociale, politico ed economico, la famiglia è esistita come struttura di potere, potere assoluto che gli uomini avevano sulle donne e gli adulti sui figli. La scala gerarchica non veniva messa in discussione: l’uomo era sul primo gradino seguito, nell’ordine, dalla donna, dai figli, dalle figlie. Un matrimonio felice dipendeva dalla capacità e dalla disponibilità da parte della moglie di sottomettersi al proprio marito, con il chiaro proposito di allevare figli pronti all’obbedienza verso il depositario del potere. In tutte le strutture di potere totalitarie la situazione ideale è quella nella quale non si verificano apertamente conflitti. Chi non collaborava si scontrava con la violenza fisica o si trovava ridotta la già modesta libertà individuale.Per chi invece accettava di adattarsi la famiglia forniva un solido fondamento, ma per chi aveva un’individualità più forte la famiglia e i suoi schemi di interazione potevano essere potenzialmente distruttivi»

Bastone e carota. Ti comporti secondo prescrizione? Carota. Ti comporti contro prescrizione? Bastone. E spesso la carota non è che un «non bastone».

Dubita, rispetta, partecipa.

È il pensiero che ho scelto di portare nel mondo e che guida le mie azioni (e le mie narrazioni).

L’esatto opposto del «credere, obbedire e combattere» da cui sono in qualche modo passata nonostante la lontananza fisica e temporale da quel particolare periodo storico.

Infatti, sebbene sia nata più di trent’anni dopo la fine della dittatura e sia cresciuta in una famiglia atipica e, quantomeno sulla carta, poco tradizionale, la struttura educativa era esattamente quella descritta da Juul, solo con più donne ’emancipate’ al comando.

Non c’è di che stupirsi: al netto di ogni atto di emancipazione e liberazione, c’è sempre una particella dormiente e apparentemente innocua della struttura alla quale ci siamo ribellati che rimane a sonnecchiare (per anni e generazioni) negli angoli ciechi dell’inconscio; per poi risvegliarsi d’improvviso, di solito in particolari momenti di ansia,  timore e vulnerabilità.

Poiché ha la straordinaria capacità di camuffarsi in concetti sempre un po’ al limite tra il condivisibile e il discutibile (concetti come atto di fede, sforzo, sacrificio…), la particella dormiente di quella particolare forma di regime educativo totalitario non è così facile da stanare, nemmeno quando si risveglia e si ripresenta.

Potremmo semplificare un po’ le cose dicendo che: ovunque si manifestino forme esacerbate di abdicazione alla propria autonomia e abnegazione a qualsivoglia regola, vale la pena di indagare se e in che misura la particella stia agendo la sua malia su di noi.

Scrive ancora Juul:

«Concentrandoci sulla lode o sulla critica si producono personalità dipendenti, controllate dall’esterno. I bambini educati con questo metodo hanno poca autostima e mancano di capacità di valutare se stessi. E sprecano le loro energie nel tentativo – che talvolta dura tutta la vita – di essere benvoluti, comportandosi come percepiscono che gli altri si aspettino. Inoltre tendono a essere troppo concentrati su se stessi nella loro ricerca costante di riconoscimento»

#iorestoacasa

#andràtuttobene
Ma anche: «C’è ancora troppa gente in giro», e la ormai poco credibile suddivisione in fase 1, fase 2, fase 3

Senza attenzione, presenza ed esercizio di spirito critico, gli slogan, anche quelli che nascono con le migliori intenzioni, rischiano di tramutarsi in maldestri quanto poco efficaci incantamenti:

  • un Cave Inimicum un po’ naïf per proteggersi dal contagio
  • un acerbo Evanesco per sottrarsi a un cedimento emotivo
  • un Diminuendo o un Reducio usati a casaccio per darsi spiegazioni semplici e rassicuranti a problemi complessi
  • un ben poco affidabile Aresto Momentum per contenere il panico

E laddove i ritornelli si ripetano nel tempo senza mai innescare un ragionevole dubbio, un pungente bisogno di informazioni meno arbitrarie e confuse e una sincera volontà di prendere parte al processo di cura, gli incantamenti possono modificarsi in sortilegi e spingerci alla definitiva abdicazione dal ruolo di sceneggiatori, registi e protagonisti della nostra storia, ruolo che prevede una certa assunzione di rischi  e di responsabilità, sì, ma che regala una notevole dose di libertà e creatività.

Post Scriptum

Voglio chiudere questa riflessione con due parole sul concetto di competenza, e lo faccio riportando una parte delle cose che ho scritto sul mio diario personale.

Copio fedelmente:

Aperture scaglionate, frazionate, settoriali…? Aperture?

Raccolgo da giorni sentimenti contrastanti: qualcuno scalpita, ma ha paura; qualcuno rincula perché ha paura; e poi c’è chi è avvinto da un senso di impotenza che s’inghiotte tutto.

Io provo, insieme a loro, a fare ordine; mi tengo centrata anche quando qualcuno cede e mi dice con rassegnazione: «Che senso ha farsi tante domande? Tanto io e te non abbiamo le competenze per sapere cos’è meglio fare!»

Come si fa a esprimersi, a prendere una posizione quando le informazioni sono ubriache, quando non si conosce nulla del progetto su cui poggiano le scelte che qualcuno sta facendo per me, al posto mio?

Ecco qualcosa che ci riguarda, che ci compete.

Perché certo, possiamo continuare a restare a casa, separati dalle famiglie e dagli amici che mancano ogni giorno di più, ma ciò che ci serve è sapere a quale progetto stiamo contribuendo e in che modo il nostro continuare a stare a casa contribuisca più di altre soluzioni. Lo vogliamo sapere al netto delle opinioni. Lo vogliamo sapere al netto dell’emergenza.

Dubbio, rispetto e partecipazione sono competenza in azione.

Se vogliamo ripartire, qualunque cosa significhi per ciascuno di noi, dobbiamo ripartire da qui: dal mettere in gioco le competenze.

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