L'ipocondria: quando la mancanza di compassione e accettazione prendono il sopravvento

Ogni volta che il mio corpo non risponde perfettamente all’idea di ‘sana e robusta costituzione’, io vado in tilt. È sufficiente un abbassamento di pressione, un mal di testa che duri due giorni di seguito, una breve scossa che mi attraversi da capo a piedi, e comincio a immaginare diagnosi impietose.

L’ipocondria da Ippocrate a Gershon

La chiamano ipocondria. In verità a chiamarla così è stato Ippocrate, il primo a parlare del cosiddetto “male degli ipocondri”: un disordine dello stomaco e della mente che, secondo il padre della medicina occidentale, procurava problemi digestivi, grande melancolia e paura di morire.

Le ha dato questo nome per via degli ipocondri, le due parti dell’addome, una a destra e una a sinistra, situate dietro le ultime costole, sotto il diaframma.

In effetti, già nel 300 a.C., i greci, tutti, non solo Ippocrate, erano persuasi che nell’addome vi fosse la sede dei sentimenti e delle passioni umane.

Duemila anni dopo, alcuni studiosi di neuroscienze, tra cui Micheal Gershon, docente di anatomia e biologia cellulare presso la Columbia University di New York, hanno poi scoperto che lo stomaco funziona alla stregua di un secondo cervello, producendo sostanze come la dopamina e la serotonina che hanno una forte incisività sugli stati emotivi.

Io e la mia ipocondria

I momenti peggiori della mia relazione con l’ipocondria sono due: quando il medico mi prescrive esami di approfondimento e quando vado a ritirare gli esami e vedo asterischi accanto a voci che non riconoscono.

Il linguaggio medico per me è un mistero. Quelle sigle stampate in caratteri maiuscoli sui referti, parlano in sibillino: WBC, HGB, RDW, PLT, VES, C reattiva.

Perché reagisce questa C? A cosa reagisce? Voglio una C imperturbabile. Una C calma, contenta, contenuta, controllata. O per lo meno controllabile. Voglio una C senza asterisco.

L’asterisco smargina nell’astrazione. Si fa interferenza. Rumore di fondo. Tutto sommato sto bene, ma l’asterisco mi dice che non è vero. Che qualcosa non va.

L’asterisco posto al fianco di una sigla muta è l’innesco della mia ipocondria. Sta lì, tronfio ed egocentrico, apposta per farsi notare. E nella mente parte il processo di sincodifica: la forma si associa al pensiero, la percezione visiva diventa percezione emotiva e infine reazione, sintomo fisico.

L’ipocondria e la forma pensiero


I pensieri non sono mai neutri. Ci arrivano accessoriati, pieni di interpretazioni, giudizi e inferenze.

È nella natura della nostra elaborazione cognitiva: abbiamo sviluppato un sistema di risposta immediato per restare in vita.

Serviva questo ai nostri antenati, nel Pleistocene. Serviva loro una rapidità di risposta tale da generare un’azione automatica nel più breve tempo possibile: scappa da quella tigre dai denti a sciabola, difenditi dal vicino ostile che ti viene incontro brandendo una clava, non pensare nemmeno lontanamente di allungare la mano per toccare quel viscido serpente dalle squame smeraldine e vedere di nascosto l’effetto che fa.

L’ipocondria e i tre cervelli

È dunque il cervello rettile, quello che ci portiamo dietro da eoni, il consigliere più anziano della nostra mente. Il più sviluppato. Bloccati, attacca o fuggi: sono i tre consigli che sa dare.

La paura di ammalarsi, di cedere e capitolare riescono a prenderci lo stomaco e a renderci tristi e mortificati per l’intervento di  un’altra parte del nostro cervello: il sistema limbico, la sede delle emozioni. Una vera e propria writing room per sceneggiatori di soap capaci di creare drammi anche dove di dramma non c’è nemmeno l’ombra.

Per fortuna, l’editor in chief della redazione che abbiamo in testa è la neocorteccia, la nostra istanza razionale, che revisiona tutte le linee di sceneggiatura, dalla soap alla action, e cerca di dare una forma logica alle storie che costruiamo nella nostra mente.

La neocorteccia è una professionista seria e preparata, ma ha qualche pecca: manca un po’ di empatia ed è ostinatamente convinta di poter tenere, grazie alla sua logica, tutto sotto controllo.

Incalzata dagli stimoli del cervello rettile e del sistema limbico, di fronte a un referto medico, o a un bouquet di sintomi, la neocorteccia ci fa compiere azioni sciocche come cercare su Internet le informazioni che servono per farci un’auto-diagnosi completa.

Il problema però non sono i tanti, troppi, risultati della serp che contribuiscono a fare terrorismo psicologico.

Il problema è il nostro sistema di elaborazione dati: tanto più incappiamo in una storia che contenga un qualche elemento di realtà, quanto più siamo inclini a credere in quella storia, ad attribuirle un valore di verità indipendentemente da quanto sia imparziale o selettiva.

[Dei tre cervelli ho parlato anche in questo post]

Relazionarsi all’ipocondria

L’ipocondria, dunque, è figlia di tutti e tre i nostri cervelli e per far fronte ai suoi attacchi bisogna che cervello rettile, sistema limbico e neocorteccia si mettano a lavorare di accettazione e di compassione, insieme.

La mancanza di compassione e di accettazione, funzionano come un disgregante: prendono ciò che è unito, lo dividono e ne fanno fazioni opposte in conflitto. Così, istinto, emozioni e logica entrano in competizione: ciascuna istanza vuole vincere sull’altra.

Quando riserviamo a noi stessi scarsa compassione, non siamo disposti ad accettare le variabili della vita, andiamo in crisi per una postilla; trasformiamo un referto, ma anche soltanto un sintomo passeggero, in una sentenza; e il mondo dentro la nostra testa diventa un ambiente ostile, implacabile e inflessibile.

Ma negli ambienti più ostili, implacabili e inflessibili, ce lo insegna la storia dell’evoluzione, non la spunta mai la specie più forte, aggressiva e individualista, bensì la più adattevole, volitiva e collaborativa.

Compassione e accettazione

Compassione e accettazione sono tra le più alte forme di collaborazione che possiamo mettere in opera, con noi stessi e con gli altri.

Parafrasando la famosa preghiera del teologo protestante Reinhold Niebuhr, che si è probabilmente ispirato al filosofo stoico Epitteto:

bisogna trovare la serenità di accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio di cambiare le cose che possono essere cambiate, e la saggezza per riconoscere la differenza.

Se non possiamo cancellare gli asterischi sui referti delle nostre vite, possiamo però imparare ad accettare di averne timore; possiamo modificare la nostra risposta automatica alla paura da «combatti, fuggi o disperati», in «ascolta e accogli».

Prova settimanale dell’eroe ipocondriaco

Se, come me, sei in una relazione complicata con la tua ipocondria, smetti di nascondertelo e smetti di resistere.

Jung diceva che ciò a cui si resiste, persiste. Dunque, anziché tentare soluzioni di fuga ed evitamento, stai con la tua paura del dolore e della malattia. Entraci dentro con tutte e due le scarpe. Sguazzaci.

Invece di provare a rassicurarti o a farti rassicurare, cosa che peraltro, come ben sai, serve a poco o nulla, prova a far partire nella tua testa il film della tua tragica fine imminente cercando di stare in quello scenario terrificante il più a lungo possibile.

Di play in play ti accorgerai che pellicola sarà sempre meno thriller e sempre più parodia. E forse, la prossima volta, davanti a una postilla su un referto, anche se dovessi andare in apnea per qualche secondo, riuscirai a fare un bel respiro e a dare un tenero buffetto sulla guancia alla tua ipocondria.

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