Mi sveglio che è ancora parecchio buio e faccio saltare, come fossi un candelotto di dinamite disegnato da Hanna&Barbera, tutta la routine mattutina.

Una voce dentro mi dice: «Ecco perché Tim Ferris è Tim Ferris, e tu non sei un cazzo». Quella voce lì la conosco bene. È un po’ fastidiosa ma, da tempo ormai, innocua.

Innocua, sì… Tuttavia ho imparato che snobbarla è una pessima idea.

Quando decide che è ora di dire la sua, bisogna quanto meno che l’ascolti e che lei lo senta e lo percepisca con ogni sua fibra di cartavetro che la sto ascoltando.

Certo, lei preferirebbe anche che mi fermassi a parlarle. O meglio, che mi fermassi con lei quel tanto che basta affinché possa esaurire il suo rosario di mortificazioni.

«Be’, cara voce, anche io avrei voluto nascere con la mente brillante di Feynman, ma non me ne vado in giro con la mia frustrazione di non essere lui, a fare una testa tanta a tutti, ogni volta che mi salta per il capo di farlo!»

Ci siamo accordate, quellavocelì e io: abbiamo stabilito che le concedo al massimo una battuta o due per ogni visita inattesa che sente il bisogno di farmi. E quando si prende troppa confidenza, o accenna ad andare oltre o per le lunghe, la fermo seduta stante: «Fissiamo un appuntamento, ok?»

C’è bisogno di ordine e disciplina.

Altrimenti qui, tra gli appuntamenti con l’artista, quelli con i clienti e tutte le loro voci interiori, e quelli tra me e le me, è un bordello.

In effetti pare proprio una contraddizione in termini il fatto che io sia qui a parlare d’ordine e disciplina e mi ritrovarmi davanti allo schermo del mio laptop, praticamente di notte, a scrivere per impellenza.

(Eh che dobbiamo fare, signora mia, siamo umani: la contraddizione in noi è costituzione, non condizione!)

Tuttavia, questa impellenza di scrivere, a guardarla ben bene è scaturita proprio da un bisogno di fare ordine tra i pensieri, le emozioni e gli stati d’animo di una settimana impegnativa.

Una settimana in cui:

– ho letto un’email che ha aperto una ferita (niente che mi riguardasse direttamente, nessuna coach è stata maltratta per scrivere questo post ;))

– ho intercettato un intervento che mi ha richiesto una dormita di elaborazione

– ho ascoltato una diretta che mi ha lasciato in bocca un retrogusto ferroso (e ci ho messo un po’ a capire perché)

– ho avuto due conversazioni sul senso delle cose estremamente coinvolgenti (e parecchio esistenziali)

Quattro accadimenti legati, una volta ridotti ai minimi termini, a un comune denominatore: cos’è che faccio esattamente? Per chi?

Nel vociare costante di sottofondo, di tanto in tanto c’è bisogno di fermarsi e ridomandarselo. Perché basta un secondo per perdersi nelle parole degli altri e non ritrovarsi più nelle proprie.

Le parole.

È incredibile come quell’inanellarsi preciso e giustapposto di lettere, se non gli si presta la dovuta attenzione, riesca a illudere, distrarre, ingannare.

«Non pensare all’elefante rosa!»

Troppo tardi, ci hai già pensato. Lo hai visto. Per un attimo ci hai persino creduto.

Le parole non sono mai innocenti. Prendi, per esempio, la frase: «La gente pensa che…».

‘La gente pensa’ vuol dire: loro che non sono io, loro dai quali mi dissocio, il clan (la gens) da cui mi chiamo fuori, pensa qualcosa che io non mi (abbasserei, oserei, sognerei) mai di pensare.

È molto diverso da: «Le persone pensano che…». Lo senti? Perché persona è volto, nome, perfino corpo.

Per un attimo mi avete fregata, parole!

Per un attimo ho visto gente e non persone.

Per un attimo ho creduto che avere in nomination agli Oscar della vanità la mia opera fosse più importante del continuare semplicemente a realizzarla.

E per un attimo ho visto l’elefante rosa schiacciarmi come una nocciolina.

«Ricordati per chi lo fai»

Sussurra al mio orecchio Calliope, la saggia.

Musa Calliope, muses desktop cards
Questa è una delle card che troverai presto prestissimo in Je m’aMUSE/j’ai ma MUSE, un percorso d’incontro con le muse.

Per chi faccio la coach?

Facile! Per tutte le persone che si trovano in un punto cieco del racconto che stanno portando nel mondo; per tutte le persone che vedono la propria vita come una tabula rasa e non trovano più lo stilo per inciderla; per tutte le persone che voglio procedere nelle propria storia.

In una frase: per eroi ed eroine in divenire.

In quel «divenire» (in quel farsi diverso da quel che si era), per me c’è tutto il senso del coaching. 

Forse perché nella mia visione, il divenire non parla alla persona che pensiamo di essere ora, ma alla persona che siamo destinati a diventare (tra un minuto, un giorno, un anno, un decennio…). E quella persona c’è già.

Il divenire non si lascia irretire dalle frustrazioni o dalle ingiustizie e non cede il passo alla recriminazione o alla lamentazione: il divenire ti chiede di agire, costantemente, nella direzione dello scopo.

Se fossimo nel Viaggio dell’eroe paragonerei il divenire alla soglia del cambiamento, che non è equiparabile a un’anticamera.

Nel divenire non si sosta. È come un portale di attraversamento. Un’antimateria in movimento.

Lo scopo del divenire è il passaggio.

Per questo le parole del divenire sono dinamiche.

Il divenire non ti dice: «Fai quel che puoi, come puoi, per quel che riesci». Ti incalza: «Fai (ora!) come faresti se fosse già possibile» (perché lo è già possibile!)

Il divenire non ti chiede di non pensare all’elefante rosa.

Se ha una buona ragione per farti pensare all’elefante rosa, ti dice: «Ehi, hai visto quell’elefante rosa? Hai visto che puoi crearlo dal niente? Hai visto che prima non c’era e adesso c’è? E se prima non c’era e adesso c’è, possiamo anche fare che prima c’era e adesso non c’è più, non credi?»

In divenire non so se seguirò ancora l’istinto di alzarmi tra la notte e il giorno per scrivere così, a ruota libera, quel che mi passa per il capo. Però è stato divertente. Un sacco divertente.

 


 

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