La verità del fatto, la verità della sensazione Ted Chiang

Ted Chiang è anche uno scrittore. Anche, perché se qualcuno gli domanda che mestiere faccia, Ted risponde che fa il programmatore informatico e che ogni tanto, quando sente di avere qualcosa da dire, scrive. Racconti di fantascienza, nello specifico.

Ed è rileggendo uno di questi racconti (dalla raccolta Respiro) che ho ripensato a un episodio della mia vita privata che voglio raccontarti.

Voglio farlo non perché sia particolarmente eccezionale. Anzi, lo e così poco che potrebbe essere preso e trasposto in qualche film, o in qualche serie, per creare quel momento di immedesimazione necessaria a connettere lo spettatore con il protagonista e la sua storia.

Il momento del «Anche a me una volta è successo che…»

C’era una volta Ugo

Fino a una decina di anni fa, mese più mese meno, avevo un partner in crime che in questa storia chiamerò Ugo.

Ugo e io ci siamo conosciuti all’università e ci siamo piaciuti subito. Forse più di quanto normalmente si piacciono gli amici, tuttavia meno di quanto serve che si piacciano due persone destinate a fare coppia, o anche solo a diventare amici di coscia, come definisce gli amici-amanti la mia amica pittrice.

Tra me e Ugo è scoccata la scintilla della complicità creativa: quando mettevamo insieme le teste e le mani era una vera festa di idee. Era come se fossimo il potenziometro l’uno delle ispirazioni e dei doni dell’altra.

Ricordo notti intere passate a lavorare su una sceneggiatura, o su un montaggio, o su qualche progetto da proporre, come se non esistesse sonno che potesse fermarci.

Se uno dei due mollava – per stanchezza, per insicurezza, per paura di star chiedendo troppo alla vita – l’altro lo ripescava dal gorgo e trovava sempre le parole giuste per incoraggiarlo e motivarlo. Be’ forse ero più io la deputata al recupero crediti di fiducia. Lui però sapeva esaltarsi e farmi esaltare per cose davvero minime.

Tutta colpa di una parola

Come la chiami tu una relazione di questo tipo? Per me era un sodalizio d’anime e pensavo che sarebbe stato per sempre.

Sul serio: nella visionarietà dei miei vent’anni (ma anche dei miei trenta), ci immaginavo, ormai vecchi, salire su un palco insieme e ritirare un qualche premio alla carriera: io rugosissima, con i capelli bianchi accrocchiati sulla testa; lui certamente pelato visto che di capelli non ne aveva più molti già da giovane. Entrambi comunque stilosissimi.

Insomma, io e Ugo potevamo essere come Stanlio e Ollio. E invece un bel giorno ci siamo scoperti dei Simon & Garfunkel.

A rompere l’idillio artistico fu una parola. O almeno è così che la racconto io.

Non che racconti balle, ma non sono più tanto sicura di potermi fidare dei miei ricordi. E a voler essere onesta fino in fondo, non sono nemmeno più così sicura di potermi fidare o, meglio ancora, di poter accogliere come vero ciò che di fatto non è che il mio personale punto di vista sulle cose.

La verità del fatto, la verità della sensazione

S’intitola così il racconto di Chiang di cui ti parlavo all’inizio dell’articolo.

[Qui trovi la versione in inglese]

Protagonista del racconto, nonché voce narrante, è un giornalista chiamato a scrivere un articolo su Remem, una tecnologia ormai diffusa che può essere integrata nel corpo e che, grazie a un software di life logging, è capace di riprendere e archiviare ogni singolo evento della vita delle persone che la indossano, per poi restituirlo a richiesta come un motore di ricerca.

È sufficiente che durante una chiacchierata con l’amica o l’amico di turno si dica: «Ti ricordi di quella volta che abbiamo bucato la gomma?», ed ecco che Remem, scandagliando il database in cui sono registrate le conversazioni e i video relativi agli eventi passati, può proiettare immediatamente il filmato relativo all’evento specifico.

Le domande che ossessionano il protagonista della storia di Chiang, sono:

  • che impatto può avere sulle persone una tecnologia che, togliendo le imperfezioni della memoria, trasforma i ricordi in una mera sequenza di fatti?
  • saremmo ancora capaci di perdonare qualcuno che ci ha fatto un torto, o anche noi stessi per aver fatto un torto, se in ogni momento potessimo rivificare il ricordo di un’offesa rivedendone il filmato?
  • attribuiremmo lo stesso valore ai ricordi dolci ed evanescenti dell’infanzia se potessimo rivederli all’infinito?

Benché Remem non esista, sono tre domande che ossessionano anche me quando penso a come ci beviamo, senza metterle in crisi e in discussione, molte delle ‘verità’ che ci vengono proposte dalla nostra memoria storica.

Ugo, ti ricordi quando abbiamo litigato?

Scommetto che se ti chiedo, dico a te che mi leggi ora, di riportare alla mente un litigio furibondo con qualcuno per te importante, un litigio che magari ha anche causato la rottura del rapporto che ti legava a quel qualcuno, o che ha dato alla relazione il colpo di grazia, sapresti riportarmi ogni singola battuta del dialogo, ogni smorfia sul volto del tuo interlocutore.

Allo stesso modo, se io chiedessi a Ugo: «Ti ricordi quando abbiamo litigato?», prima ancora che mi arrivi la sua risposta, potrei riportargli, scena per scena, il film che ho registrato nella mia mente.

Gli direi: «Ricordo che mi hai ferita tantissimo, che mi sono sentita abbandonata, che ti ho visto uscire dal gruppo quando ancora pensavo che il nostro disco migliore sarebbe stato il prossimo»

Se mi accontentassi del Remem nella mia testa, del mio software di registrazione dati (che ogni tanto credo ancora infallibile) e andassi a rivedermi il video di quella sera e riascoltassi quelle stesse parole che mi hanno ferita a morte, forse potrei dirmi nel giusto.

Potrei giustificare il veleno che è uscito dalla mia bocca quando ho ribattuto. Potrei continuare a credermi l’abbandonata. La ferita. La sminuita.

Ma per quanto si possa credere all’esattezza e alla precisione delle informazioni fissate nella mente, e per quanto queste informazioni possano essere così vicine al vero da sembrare verità, ha senso lasciare che soppiantino la nostra capacità di compassione, di perdono, di elaborazione e rielaborazione?

Due verità (almeno)

Esistono sempre (e almeno) due verità: una verità dei fatti, e una verità delle emozioni.

La verità dei fatti non può essere cambiata: uno schiaffo dato o ricevuto, è stato dato o ricevuto.

La verità delle emozioni può essere cambiata, perché le emozioni si muovono in continuazione (d’altra parte lo dice la parola stessa), cambiano insieme a noi, attraverso le nostre consapevolezze e le nuove esperienze.

La Carlotta di oggi può accettare di essersi sentita ferita da Ugo e può perdonarsi per aver reagito restituendo a Ugo il ceffone emotivo con un ceffone ancora più violento.

O può accettare di essersi lasciata ferire da altre persone e in altre situazioni, e di aver ferito altri e in altre situazioni, e capire che non è a suon di recriminazioni e aggressioni affettive che vuol crescere le sue relazioni presenti e future.

Esistono – almeno – due verità, ed è facendole incontrare che possiamo trasformare un evento in un momento; un dato in una nuova possibilità.

Prova settimanale dell’eroe

A quale verità sei disposta, o disposto, a rinunciare per recuperare una storia tagliata, o interrotta?

La domanda vale anche se la storia tagliata, o interrotta, è quella con una parte di te, con un tuo sogno, o con un tuo progetto.

 


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