Il lato B del tradimento

Chi è stato tradito, alzi la mano.
Chi ha tradito, alzi la mano.

Se hai alzato, come me, la mano per entrambe le situazioni, e vivi con dolore e senso di colpa il ricordo di quei momenti, questo articolo potrebbe darti un punto di vista diverso sul tradimento e ridimensionare la letteratura emotiva che hai creato intorno ad esso.

Se hai alzato la mano alla prima, e non alla seconda, ti invito a leggere fino alla fine e a tornare sulle domande in un secondo momento.

Sono in difficoltà

Questo articolo mi gira nella testa da settimane. Nonostante lo abbia elaborato per mattine e mattine sulle pagine del mio diario, oggi che mi metto qui a scrivere per condividerlo con te, sono ancora in difficoltà.

Lo sono perché l’argomento è certamente delicato, e perché costringere la complessità di alcuni temi caldi nelle poche battute di un blog post è sempre un’impresa impegnativa.

Il compito che mi sono data con questo post non è risolvere la questione “tradimento”. Non potrei dirti cosa sia o non sia; o cosa debba essere o non essere per te, per me, o per chiunque altro. E anche se potessi farlo, non vorrei.

Troppo spesso cerchiamo all’esterno risposte che si trovano all’interno; e alla fine non funzionano, perché non sono le nostre.

Vorrei piuttosto seminare domande che portino la tua attenzione in luoghi nuovi e inesplorati di te.

Quel che succederà dopo la semina, dipende dalla cura con cui coltiverai il campo. Sempre che tu voglia coltivarlo.

E se…?

Ogni passo evolutivo che compiamo, visibile o invisibile all’esterno, parte da una domanda: «E se…?»

Parlo di un «e se…» prospettico, generativo e non rimuginante o demolente. L’«e se» dello scienziato, così come del bambino, che osservando un fenomeno si domanda se sia possibile ricondurlo a una formula che riesca a spiegarlo e suscitarlo.

L’«e se» del creativo e dell’innovatore, i quali, a partire da quel che c’è, si chiedono cosa possa essere ancora realizzato.

Ecco, oggi mi piacerebbe portarti con me in quel mondo del «e se», alla scoperta di un altro punto di vista sul tradimento.

«E se il tradimento non fosse uno dei tanti draghi da affrontare lungo il corso della vita, ma una sorta di “sacramento”, ovvero un mistero in cui entrare a pie’ pari per scoprire qualcosa di noi che abbiamo negato o rifuggito?»

Genesi del tradimento

Molta letteratura legata alla psicologia analitica parla di tradimento come di un fenomeno ontologico: un carattere primo e ineludibile della vita.

Semplificando le conclusioni di tanti pensatori illustri (Jung, Freud, Bowen, e il connazionale Carotenuto, per citarne alcuni), potremmo per esempio parlare del tradimento come uno dei principali atti costitutivi dell’uomo (e della donna, certo).

Potremmo cioè raccontare il momento della nascita come il primo episodio di tradimento che ci troviamo ad affrontare nella vita: il bambino si sente tradito dalla madre per averlo espulso dalla beatitudine e dalla sicurezza del grembo; al tempo stesso, la madre, si sente tradita dal figlio perché questi, nascendo, ha rotto il patto di simbiosi che li legava.

Vi è poi un’altra questione, meno psicanalitica ma non meno interessante: la nostra nascita è il progetto di qualcun altro.

Alcune espressioni popolari, riassumono benissimo il concetto. Pensa per esempio a: «Mettere in cantiere un figlio». Non racconta forse la nascita come un edificare, un costruire una vita, prima ancora che questa abbia davvero inizio?

Di chi è la storia?

Quel che possiamo dare per certo è che nasciamo già con una storia, o per rubare una terminologia al cinema, con una sorta di trattamento da cui ci si aspetta che trarremo la sceneggiatura della nostra vita.

È una condizione iscritta nello status di figlio; alcune volte implicita, altre esplicitata con fin troppa chiarezza: «Quando sarà grande, porterà avanti l’impresa di famiglia», «È così aggraziata che diventerà sicuramente una ballerina», «Quando prenderà la laurea…»

Murray Bowen, uno dei pionieri della terapia famigliare, lo chiama: «processo di proiezione della famiglia». La storia dei padri, e delle madri (e secondo Bowen, di almeno altre cinque o sei generazioni precedenti), ricadrà – e verrà proiettata – sui figli.

[Sul tema delle influenze famigliari ho scritto una serie di post che potrebbero interessarti] 

Quando (e non se, perché prima o poi succede a tutti), una volta diventati adulti, i figli scelgono di scrivere e realizzare un film che si discosta dal trattamento, si perpetra il secondo, grande e inevitabile tradimento.

Anche in questo caso, si tratta di un tradimento avvertito da entrambe le parti in causa, poiché la famiglia vedrà tradite le proiezioni fantastiche sul figlio, tanto quanto il figlio vedrà tradite le proprie di proiezioni fantastiche sulla famiglia: «Com’è possibile che dopo tutto quel che abbiamo fatto per lei/lui, ci ripaghi in questo modo?»; «Com’è possibile che loro, che sono i miei genitori e dovrebbero amarmi sopra ogni cosa, vogliano per me una vita che non mi rende felice?»

Scrive Aldo Carotenuto:

«[…] la via del traditore e del tradito si rivela la stessa, come se ambedue fossero intercambiabili: il tradito merita di essere tradito e il traditore è costretto a tradire»

Specchio servo delle mie brame

Narciso, indisponibile all’accoglimento dell’altro, si specchia nel fiume, s’innamora di se stesso e muore affogato. I dannati del trentaduesimo girone dell’Inferno dantesco, i traditori appunto, riflettono il loro «cor tristo» nel ghiaccio del Cocito. La matrigna di Biancaneve vede nello specchio la propria caducità, si sente tradita da un corpo che invecchia e trasforma la sua incapacità di accettazione in odio per la bella figliastra nel fiore degli anni.

Sono, questi, solo alcuni dei miti e delle storie che parlano di tradimento associandolo al concetto di proiezione.

Quando iniziamo una relazione non proiettiamo forse su di essa tutta una serie di aspettative?
E se le proiettiamo sulla relazione, non lo stiamo facendo anche sulla persona che insieme a noi la sta costruendo?

Partoriamo una relazione così come partoriamo un figlio, mettendo cioè in scena la nostra fantasia: due cuori e una capanna, io e te due metri sopra il cielo, noi contro tutti, noi per sempre, noi guerrieri invincibili delle avversità della vita. E la fantasia diventa la storia alla quale ci leghiamo prima ancora di legarci all’altro.

Tendiamo infatti a essere più fedeli alla narrazione che abbiamo costruito di quell’amore, o di quella particolare relazione, che non al sentimento che dichiariamo di provare.

Restituire la storia

Il figlio che tradisce le aspettative dei genitori; l’amato che tradisce la promessa all’amante (nel senso di colui/colei che ama); l’amico che tradisce l’alleanza con l’amico. Tradimenti messi in atto in nome di una fedeltà più profonda: quella verso la propria storia originale.

Da questo punto di vista, chi tradisce riconsegna la proiezione al mittente. Chi tradisce, non tradisce l’altro, ma il legame con la storia che si è andata a creare mettendo insieme due narrazioni fantastiche.

La parola tradire, infatti, significa proprio consegnare (hai notato che ha la stessa radice di tradizione?).

Il traditore dice al tradito: «Ti restituisco la storia».

A questo punto sia il tradito che il traditore hanno due opzioni: riversare l’odio sullo specchio che non sta restituendo loro l’immagine che si aspettavano di vedere (l’altro è colpevole); oppure attraversare quello specchio, demolire la storia edificata su una fantasia e crearne una nuova incentrata sul rispetto.

Il rispetto prima della fedeltà

Sia chiaro: non vi è alcun intento apologetico in queste parole. Tantomeno è mia intenzione giustificare l’infedeltà cialtrona, la farfalloneria e la superficialità di certi traditori da competizione. Ho parlato per l’appunto di rispetto (guardare l’altro non una, ma due volte; vedere l’altro oltre che se stessi), e chi gioca con i sentimenti altrui non ne mostra traccia.

La questione qui non è salvare o condannare, bensì guardare il tradimento da un osservatorio diverso, sottraendolo al giudizio e alla sentenza senza appello, e prendendolo non come un atto contro qualcuno, ma per qualcosa. Come la manifestazione di un aspetto di sé che stava sotto (sotto le regole, i patti, la cultura, la narrazione dominante, la paura), e che vuole (e deve!) uscire.

Solo così, io credo, saremo capaci di superare il senso di colpa per aver tradito e il dolore per aver subito un tradimento.

Solo così, se c’è una storia oltre specchio, può essere raccontata.

Nessuna prova dell’eroe questa settimana: riflettere su un tema così forte mi sembra una sfida più che sufficiente. E se ti va di riflettere insieme a me, lasciami un commento.

 


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