Nomen Omen: un nome, un destino

Per molti anni ho odiato il mio nome. Soprattutto da bambina e da adolescente quando intorno a me era tutto un fiorire di Elisa, Sara, Elena, Erica, Federica… Di altre Carlotta, nemmeno l’ombra.

Ricordo che quando ho cambiato scuola, in seconda elementare, il primo giorno una delle maestre mi presentò alla classe: «Lei è Carlotta, la vostra nuova compagna». Fu come se il nome, da solo e in tutta la sua arroganza, avesse preso parola per dire: «Ehi, guardatemi tutti: non sono bellissimo, super originale, unico?»

E ogni volta che qualcuno, saputo come mi chiamassi, chiosava con un: «Oh, ma che bel nome particolare!», io sprofondavo nell’imbarazzo e nella vergogna.

Il mito famigliare racconta che Carlotta esistesse prima che io fossi anche solo una possibilità di nuova vita.

Le coppie, l’ho fatto anche io quando ancora pensavo alla maternità come a una prospettiva, parlano dei figli che non hanno prima ancora di parlare del reale desiderio di averne.

Forse è un istinto primordiale. L’esigenza di pensare al mondo dopo di noi. Alla prosecuzione del clan.

Ma perché Carlotta, Sara, Raffaella, Claudio, Mario, Andrea…? Si potrebbe dire: gusti, moda, per qualcuno tradizione, e chiuderla qui.

Si potrebbe, ma ovviamente non lo farò perché voglio portarti in un altro posto, dove i nomi sono espressione di un segreto che si compie.

Nel nome di Dio

I nomi sono sacri, sono cioè avvinti da un’aura divina.

Lo è per primo il nome di Dio, per i cristiani e ancor di più per gli ebrei. Tanto che nell’Antico Testamento  troviamo in ben due Libri (Esodo e Deuteronomio) il Comandamento che ci mette in guardia dal pronunciarne il nome inutilmente, o per futili ragioni:

«Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano» (Esodo)

«Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio perché il Signore non ritiene innocente chi pronuncia il suo nome invano» (Deuteronomio)

Ciò nonostante, nel linguaggio popolare si usa spesso l’espressione: «In nome di Dio…».

«In nome di Dio, che ti è saltato in mente?»
«In nome di Dio, smettila!»
«In nome di Dio, dimmi la verità!»

Nel nome di Dio, ovvero su quel sacro sigillo che racchiude il mistero del mondo, chiediamo all’altro, in formula di supplica mista a imprecazione, di confessare, di ravvedersi, di tornare in sé.

Sono sacri, in modo diverso ma comunque importante, anche i nomi delle persone che ci sono care.

In un’occasione, litigando furiosamente con una persona che per mesi aveva gettato fango e miseria su di un’altra, per poi comportarsi peggio di come riteneva si fosse comportata quest’ultima, me ne sono uscita con un: «Dovresti sciacquarti la bocca prima di nomirla!»

Nel nome mio

«Se hai qualche dannata guerra da fare
non farla nel mio nome
che non hai mai domandato la mia autorizzazione
Se ti difenderai
non farlo nel mio nome
che non hai mai domandato la mia opinione»

Così cantava Daniele Silvestri nel 2002. Non è dunque il solo nome di Dio a esigere rispetto.

«Non nel mio nome», o «Non in mio nome», è lo slogan contro la guerra che ha travalicato i confini del pensiero pacifista per aderire a qualsiasi manifestazione di pensiero non violento.

Un modo per dire «Non ci sto»: io non lascerò che la mia storia, il mio mito personale, la mia epica, si riempia delle trame del tuo odio, della tua intolleranza e della tua avidità.

Un destino nel nome

Nel nome che portiamo c’è tutta la forza della nostra storia epica, del nostro destino mitico.

Lo sapevano perfettamente i nazisti quando trasformavano i prigionieri in una sequenza di numeri, privandoli così di un’identità e di una storia.

«Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga», scriveva Primo Levi.

Lo sanno i poeti e i cantanti, e i cantanti poeti come De Gregori che per uscire dal mito di un amore, deve cancellare il nome dell’amata dalle pareti di quella casa che chiamiamo futuro («E cancello il tuo nome dalla mia facciata»)

Lo sappiamo anche io e te: ne abbiamo la prova provata quando, sentendo pronunciare il nostro nome, ci sentiamo accolti, riconosciuti, certe volte anche smascherati.

Nomen omen, recita una locuzione latina: un nome, un destino. I Romani credevano infatti che il destino degli uomini  e delle cose del mondo fosse scritto nel nome.

Una credenza che è arrivata fino a noi e si è accomodata nel sottobosco dei pensieri: per questo il nome che portiamo ha un potere taumaturgico.

Bel destino di me…nta!

A un certo punto della mia infanzia, lo intuii dagli sguardi dolenti che mi venivano rivolti, «il benzinaio» come risposta alla domanda «cosa vuoi fare da grande?» non soddisfaceva i miei interlocutori adulti.

Nei frammenti di discorsi tra i ‘grandi’, avevo captato che quella degli avvocati veniva considerata una categoria di persone di successo, e per questo molto rispettata. Così decisi, almeno pubblicamente, di tradire il mio sogno di diventare benzinaio e di iniziare a rispondere: «l’avvocato»

Come per magia, gli sguardi dolenti sparirono, le teste incominciarono a muoversi in gesto di solenne consenso e le bocche ad aprirsi in dichiarazioni compiacenti: «Carlotta Givo, avvocato. Suona bene! Hai proprio un nome che sembra fatto apposta»

Più tardi scoprii che nonostante l’ossequiosità con cui venivano trattati, gli avvocati non riscuotevano particolare simpatia. Per me fu la prova empirica del fatto che ciò che pensavo, e cioè che il mio fosse un nome davvero antipatico e insopportabilmente altezzoso, avesse una sua base scientifica.

Portatori di un destino extra-ordinario

Oltre al fatto che fosse insolito, eccentrico per quegli anni, c’era un’altra ragione per cui non amavo il mio nome.

Carlotta fu una scelta esclusiva di mio padre. Un padre assente e scellerato che con il suo fare irresponsabile e folle ha portato dolore e sofferenza nella vita di molte persone, inclusa la mia.

Qualcuno verso il quale provavo tanto odio e rancore, aveva impresso, come non bastasse la genetica, il suo marchio su di me. Il pensiero mi era insopportabile.

Mi viene in mente, a questo proposito, una frase di Alejandro Jodorowsky (in Metaforismi e Psicoproverbi):

«Mi sono reso conto che se volevo liberarmi dalle nevrosi che mi tormentavano, se volevo vincere la mia scarsa autostima e il rancore verso mio padre e realizzarmi essendo quello che ero e non quello che il clan voleva che fossi, dovevo considerare il mio nome alla stregua di un pezzo di piombo e lavorarci su fino a trasformarlo in oro»

Il nome come materia grezza, il nome come destino… Che confusione! In nome di Dio, ma una cosa facile di tanto in tanto, no?!

Attonimi

Tutti, o quasi, abbiamo giocato con quelli che De Mauro ha definito attonimi (o attronimi): nomi (ma soprattutto cognomi) che si trovano in stretta relazione con il lavoro svolto dalle persone che li portano.

Il signor Farina che fa il panettiere. Scassa, il demolitore. La dottoressa Occhipinti, oftalmologa.

E poi ci sono i personaggi storici: cosa avrebbe potuto fare un nobiluomo del Cinquecento nato nella famiglia Fortebraccio se non il condottiero? E i De Medici non sono forse stati i curatori più capaci di tutto il Rinascimento?

Ma che possiamo dire, che so io, di un Leonardo da Vinci? E di una Carlotta Givo? E di te che porti quel nome e cognome lì? A meno che tu non sia l’architetto Marco Bolla, è chiaro.

Dentro il segreto del nome

Questa faccenda del nome portatore del segreto dell’anima (o destino) è così sentita che esistono addirittura pratiche divinatorie che vi orbitano intorno.

L‘onomanzia, per esempio, che è strettamente connessa alla Kabbalah e si basa sull’interpretazione etimologica, simbolica e numerica dei nomi.

O la numerologia che, grazie a una tabella che associa ciascuna lettera dell’alfabeto a un particolare numero corrispondente, ci permette di calcolare, in base al nostro nome, il numero del destino, della realizzazione e dell’anima (qui puoi scaricare un breve manuale giocoso di numerologia che ho curato nel 2016 per le mie amiche del Cigno e il labirinto).

Anche senza particolari tecniche, lasciandoti guidare dalle libere associazioni, dall’immaginazione e dall’intuito, puoi comunque scavare nel segreto prezioso del tuo nome e scoprire quale meravigliosa ed epico destino porti con sé.

Prendiamo il grande Leonardo da Vinci (nemmeno lui, per altro, ha avuto rosei rapporti con ser Piero, il padre) e giochiamo insieme con il suo nome.

Ora, di Leonardo sappiamo molto e quindi il gioco risulta chiaramente più facile: leon-ardo-da-vinci, come un leone indomito e ardente (di curiosità) bramo la conquista (vinci, la vittoria; nel suo caso era probabilmente la conquista della conoscenza).

Prova settimanale dell’eroe

Oggi ti invito a fare l’alchimista, a trasformare il piombo del tuo nome in oro; a cercare, come ti pare e piace, il mistero che vi è custodito e che fa di te la persona perfetta, nel momento perfetto.

È solo un gioco, certo, ma che male c’è nel divertirsi con quel po’ di magia che è nelle cose che diamo per scontate?

Negli anni, facendo lo stesso gioco, ho riscattato l’amore e la riconoscenza per il mio nome e la storia epica che raccontava oltre la storia del mio clan. Questo è il mio oro, ad oggi: car-lotta-giv-o, mi faccio veicolo (car) di opportunità (give/o) esagerate (lotta).

Non lesinare sulla lucentezza della tua pepita: strofinala finché non troverai un messaggio scintillante!

E se vorrai condividere con me le tue magiche scoperte, sarò felicissima di leggerle! Puoi farlo qui sotto nei commenti, o se preferisci su Instagram e Facebook (non dimenticare di taggarmi come @coachinginfabula, altrimenti mi perdo la tua pepita!).

Buona caccia al tesoro nel tuo nome, e che sia una splendida settimana!

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