Stupido è chi lo stupido fa

«Quant’è difficile!», mi dice M. alla fine di una sessione di coaching.

«Lo è! Ma è ben più doloroso rinnegare il proprio genio», le rispondo senza esitare.

Quando parlo di genio, non parlo di quozienti intellettivi straordinari, bensì della forza generatrice che appartiene a ciascun essere umano: l’attitudine naturale a produrre valore, a portare la propria scintilla – unica – nel mondo.

È un destino che coinvolge tutti, ma che fatichiamo ad abbracciare preferendogli un più cauto e rassicurante basso profilo.

Il mito del basso profilo

L’espressione «tenere un basso profilo» è la traduzione letterale di «to keep a low profile», una calorosa esortazione a:

• evitare di attirare l’attenzione
• agire senza clamore
• comportarsi con discrezione

Per evitare di attirare l’attenzione, occorre omologarsi, ovvero portare avanti il discorso dei più; entrare a far parte di una corrente che convogli allo stesso punto, nel medesimo modo.

Per agire senza clamore, bisogna agire nel senso opposto della propria – e dunque unica e singolare – chiamata, o vocazione.

Per comportarsi con discrezione, è fondamentale separare il bene dal male, l’io dal noi, il giusto dallo sbagliato, il comodo dall’incomodo; disintegrarci diventando un mezzo, nella doppia accezione di compiuto a metà e di strumento attraverso il quale possa compiersi la mediocrità.

L’esortazione a tenere un basso profilo ha una ragione piuttosto chiara: in una tribù di pigmei, un gigante diventa un elemento dissonante, di disordine e disturbo.

Se sei un gigante in mezzo ai pigmei, non puoi far parte della tribù. E stare fuori dal gruppo fa sentire soli e sbagliati.

Se sei un gigante in mezzo ai pigmei, può sembrare più facile tagliarti le gambe che non portare e manifestare con orgoglio la tua altezza. Facile, forse; certo non poco doloroso.

La storia di Antoine

C’è un romanzo breve di cui ti consiglio la lettura: Come sono diventato stupido di Martin Page.

Racconta la storia di Antoine, un giovane uomo «brillante, intelligente, colto, curioso nei due sensi della parola, […] fantasioso e originale», che  arrivato alla soglia dei trent’anni decide che non ce la fa più a essere una persona intelligente e cosciente:

«Conosco un sacco di idioti, incoscienti, gente piena di certezze e di pregiudizi, dei perfetti imbecilli, come sono felici! Io sto per prendermi un’ulcera, ho già qualche capello bianco… Non voglio più vivere così, non posso più. Dopo uno studio minuzioso del mio caso, ho dedotto che il mio disadattamento sociale proviene dalla mia intelligenza sulfurea. Non mi lascia mai tranquillo, non la domino, mi trasforma in un castello stregato, cupo, pericoloso, inquietante, posseduto dal mio spirito tormentato. Mi ossessiono da me»

Si sfoga così, Antoine, col suo medico di fiducia, nonché amico, Edgar Vaporski, dopo avergli richiesto una semi lobotomia.

Antoine, infatti, da qualche tempo ha preso la sacra decisione di diventare stupido: basta pensare, basta vedere, basta preoccuparsi dei grandi problemi che affliggono l’umanità, basta ecologismo, minimalismo e conoscenza.

Perché la conoscenza gli fa male, lo rende diverso e quindi vulnerabile ed emarginato: meglio essere stupidi!

È un pensiero che, potrei metterci la mano sul fuoco, hai formulato anche tu, e non una sola volta. Sbaglio?

Tecniche di istupidimento

Bersi la storia

Prima di arrivare a richiedere una semi lobotomia, Antoine ha tentato altre strade. L’alcolismo, per esempio:

«L’alcol occupa tutto il posto nei pensieri e dà una meta nella disperazione: guarire. Avrebbe frequentato le riunioni degli Alcolisti anonimi, raccontato il proprio percorso, sarebbe stato sostenuto e capito da persone della sua specie plaudenti al suo coraggio e alla sua volontà di liberarsi. Sarebbe stato alcolista, cioè qualcuno che ha una malattia socialmente riconosciuta. Si compiangono gli alcolisti, li si cura, hanno una considerazione medica, umana. Mentre nessuno pensa a compiangere le persone intelligenti: “Osserva i comportamenti umani, questo deve fare di lui uno molto infelice”, “Mia nipote è intelligente, ma è molto ammodo. Vuole uscirne”, “A un certo momento, ho avuto paura che tu diventassi intelligente”. Ecco il genere di riflessioni benevole, piene di compassione, a cui avrebbe avuto diritto se il mondo fosse giusto. Ma no, l’intelligenza è un male duplice: fa soffrire e nessuno pensa di considerarla una malattia»

Purtroppo, l’esperimento non va nei migliori dei modi: Antoine si scopre astemio e dopo mezza birra finisce in coma etilico.

Quanti tentativi di annegamento della tua personalità hai fatto?
In quanti modi hai provato a sommergere le tue parti originali adeguandoti al contesto, alle richieste, alle aspettative?

Il problema è che questi tentativi sono evanescenti e temporanei, come un’ubriacatura: finita la sbornia torni a essere tu, con la tua coscienza che morde e punge.

Ma se sei convinta, o convinto, di voler proseguire sulla strada verso l’istupidimento, continua a berti la storia che l’originalità sia un peso troppo grande da portare; che l’intelligenza rappresenti un maligno scherzo del destino; che manifestare il proprio genio attiri incomprensione ed emarginazione e complichi a dismisura la vita.

Uccidere il genio

Bucato il proposito di darsi all’alcool «a causa di una sensibilità fisiologica estrema», Antoine opta per un’altra soluzione: il suicidio.

Uccidersi però non è facile come può sembrare, ne è un esempio la compagna di stanza con cui Antoine condivide la degenza ospedaliera dopo il coma etilico, ricoverata per l’ennesimo tentato suicidio andato male.

Ci vogliono scuole, corsi, tempo e dedizione, dice la fallimentare suicida all’aspirante.

Certo, Martin Page ha un gusto speciale per l’ironia iperbolica, ma le sue esagerazioni non sono così lontane dalla realtà. E la realtà è che spesso siamo disposti a dedicare più energie per distruggere ciò che ci rende unici, il genio appunto, che non per coltivarlo.

«Che fatica!», «Quant’è complicato!», «È un calvario!»: sono tre delle frasi più ricorrenti quando mettiamo mano alle nostre difficoltà d’essere.

Come se rinunciare a noi stessi, lavorare giorno dopo giorno per demolire chi siamo e diventare chi non siamo, ma riteniamo sia più semplice essere, fosse una passeggiata di salute…

Però, chi sono io per convincerti che impegnarti per manifestare il tuo genio sia meglio che impegnarti a torturarlo e massacrarlo? D’altra parte, se è a Beozia che vuoi andare, la strada passa per le vie dell’autolesionismo e del masochismo: sei sulla rotta, baby!

Drogare la storia

Fallito il progetto di diventare alcolista e quello di togliersi la vita, Antoine, su suggerimento dell’amico medico Edgar, decide di iniziare una terapia farmacologica.

Terapia che si rivela una svolta. Abbandonata ogni velleità accademica, Antoine comincia a lavorare come broker per una società finanziaria; smette di boicottare le multinazionali; inizia a pompare i muscoli; si libera dalle letture impegnate in favore di riviste patinate. E la vita, improvvisamente, gli sorride.

L’Heurozac, il farmaco del miracolo, è un fantastico espediente narrativo che Page usa per raccontare quanto e come il processo di omologazione possa drogare la nostra storia originale: «Sarai come uno zombie», dice il medico ad Antoine che chiede rassicurazioni sull’efficacia della terapia.

Pensaci: che cos’è uno zombie se non un essere a metà tra la vita e la morte, costantemente affamato, privo di qualsiasi senso etico o anche solo lontanamente critico?

Sotto l’effetto dell’omologazione, la nostra storia diventa illusoriamente uguale alla storia degli altri. Ma che succede senza Heurozac?

Non ti rovino la sorpresa, nel caso decidessi di leggere il libro. Il punto, però, non è quel che succede ad Antoine, ma ciò che accade a noi tutti quando togliamo le stampelle al nostro male di essere noi stessi.

Quando scopriamo, cioè, che il conformismo non è una risposta ma un palliativo.

Tuttavia, se aspiri all’istupidimento, ti consiglio fortemente di guarire quanto prima dall’immaginazione, dalla creatività, dall’originalità e dalla vitalità: potrebbero bloccare irrimediabilmente il tuo processo di zombizzazione!

Prova settimanale dell’eroe

Se pensi che essere fedele alla tua storia e manifestare il tuo genio sia difficile, doloroso, faticoso e costoso, prova a fare i conti di quanta felicità, energia, appagamento e senso di realizzazione hai sacrificato per lavorare contro il tuo genio.

Ti invito a farlo lasciando agire due domande:

Quanto tempo ci hai messo per costruire una storia di cui non ti senti né protagonista né autore, o autrice?
Quanto tempo sei disposta, o disposto a investire per diventarne l’autore e l’attore principale?

Ti auguro una splendida settimana all’insegna del tuo genio (o del tuo  istupidimento 😉)!

 


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2 Comments

  1. Carolina Frangipane

    Wow. Articolo “scomodo”. Ma bello. Sono un po’ rimasta “beota” perché non riesco a scrivere nulla di più interessante del “wow”. 😀

    • Carlotta Givo

      Rido tanto 😀

      È un bene che tu lo abbia trovato scomodo, però 😉 Più realizziamo quanto stiamo scomode nelle nostre dinamiche, più ci daremo un amorevole calcio nel sedere per spostarci e muoverci.

      E comunque ricevere un «Wow!» è sempre bello <3

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